Libero. 21. I. 2021

   Fanno cent’anni dalla nascita di Leonardo Sciascia; e la circostanza imbarazza un po’ tutti. Egli non può essere celebrato da destra, perché a destra hanno paura di tutto; dal centro, perché non vogliono – e sempre che sappiano chi sia stato e chi sia; da sinistra, sebbene dal PCI fosse partito, perché lo odiano. Provate a chiedere a un parlamentare dei “5 stelle”, allo stesso presidente della Camera, che cosa questo nome gli dica: ti guardano confusi, gli occhi nel vuoto. Sciascia, quale posizione politica abbia ricoperto, è stato sempre e solo un appassionato, vorrei dire quasi maniaco, ricercatore e cultore della verità. Da parlamentare del PCI non lo fece meno che da parlamentare del Partito Radicale, poi da indipendente che andava scrivendo dove volesse – o dove lo ospitassero. Per parlare di politica contemporanea – e quanto il caso sembra lontano – il solo che sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro parole di verità abbia pronunciato è stato lui, con quel libretto L’affaire Moro che ricostruisce, in scorno a tutti, come l’affaire effettualmente dovette svolgersi. Se vi torniamo col pensiero, l’affaire sembra vicenda di millennî fa; che, pure, potrebbe di continuo ripetersi. Oportet ut unus moriatur pro populo, si dissero guardandosi furbescamente i magnati della DC e quelli del PCI, impietosamente nominati e descritti da Moro nelle sue lettere di prigioniero; e se lo dissero i dementi delle “Brigate Rosse”, che se un minimo di senso politico avessero posseduto lo avrebbero liberato dando scacco a tutti gli altri. Tenere Moro in vita e libertà, dopo, non faceva comodo a nessuno; salvo che alle BR: ma chi le manovrava? Né comodo faceva Sciascia, il quale questa semplice verità proclamava di continuo.

   Finora ho parlato più del grande politico che del sommo scrittore. L’Italia ebbe, invero, un grande poeta premio Nobel: Giosuè Carducci. Poi un sommo novelliere e tragediografo, anzi sovvertitore assoluto dei “generi” tragico e comico, Luigi Pirandello: Sciascia, di Racalmuto, era nato a pochi chilometri di distanza dalla patria del primo, Girgenti (oggi, e molto prima, Agrigento). E portano ambedue nel sangue la metafisica ribellistica e solenne di Empedocle (di Pirandello compatriota) e Gorgia, che sarebbe giunta intatta sino a noi. Se si legge il testo teatrale di Sciascia Recitazione della controversia liparitana, nel quale una guerra tra Nazioni sta per scoppiare per una multa dovuta per pochi ceci non dichiarati perché il Papa così, per alte ragioni politiche, voleva, ci pare di trovarci di fronte a un’altra affaire, vagamente profilata da Pirandello in senso storico, ma nettamente per Sciascia disegnata da Gorgia.  Ma a Sciascia il premio non l’hanno attribuito; come non l’hanno attribuito a Borges. Si tratta di uno scandalo senza nome che ha come contrappeso il fatto che il Nobel lo ha ricevuto un cattivo pagliaccio, Dario Fo. Sciascia e Borges hanno reso il mondo migliore mostrandoci la metafisica del Male, o, il secondo, la gioia del Mistero allo stato puro; altri lo hanno reso peggiore dipingendolo nelle tinte rosee di un dogmatismo progressista. Era giusto che Borges e Sciascia pagassero. Alla fine, l’essenza attuale del Nobel è Fo.  Dal fondo della sua tomba Pirandello si starà ancora, attonito, domandando, perché abbiano così clamorosamente sbagliato offrendolo a lui.

   Sciascia, il tipico laconico melancolico della Sicilia occidentale, infastidito più di ogni cosa dalla chiacchiera, è stato un terribile nemico della mafia. Non, appunto, con la chiacchiera, ma con l’azione politica e per mezzo della creazione letteraria l’ha combattuta. Due romanzi, Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, dei racconti lunghi, Porte aperte, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice. Tuttavia il fulcro della sua creazione lo vedo nella ricerca storica. Alla Manzoni. Ecco il punto: Sciascia è stato il più forte manzoniano dei nostri tempi. La formidabile immaginazione romanzesca di Manzoni partiva dalla ricerca d’archivio, tingendosi poi d’un fideismo cattolico ch’era, a mio credere, il sistema dal Poeta escogitato perché l’ateismo realmente in cuore celato non gli facesse saltare in aria la psiche. Non a caso le autentiche verità ne I promessi sposi le pronuncia Don Abbondio, un personaggio spregevole come ognuno di noi lo è. I promessi sposi è non solo il più grande romanzo mai scritto, ma anche il più grande romanzo storico mai scritto, insieme con Salammbô di Flaubert; e insieme con un’altra opera dello stesso Manzoni, quella Storia della colonna infame che, partendo dal più rigoroso studio storico e saggio storico in apparenza essendo, è uno dei più atroci romanzi esistenti. E secondo voi: se Manzoni fosse vissuto nel Novecento, avrebbe mai ricevuto il Nobel?

   Sciascia è manzoniano proprio così. Scrive un romanzo storico dalla tinta più comica che tragica, tragico pur essendo nel rappresentare la bassezza dell’essere umano: Il consiglio d’Egitto. Vi si ride e vi si piange. Ma il caso più clamoroso, anche perché è un esempio da manuale del motto artifex artifici additus, è quello di La strega e il capitano, il quale addirittura prende le mosse da quattro (4!) parole dei Promessi sposi. Si parla del Vicario di Provvisione, colui che il popolo voleva uccidere attribuendogli la mancanza del pane come atto volontario. Egli, dice il Poeta, stava facendo “un chilo agro e stentato” dopo essersi rifocillato come aveva potuto; e intanto la plebe cercava di abbattere le porte del suo palazzo per linciarlo. “Un chilo agro e stentato”: dunque, soffriva di stomaco. Non lo immagina Manzoni, nasce da una notizia storica. Sciascia incomincia a studiare le carte relative a questo Francesco Melzi. E scopre che costui aveva in casa una serva di nome Caterina Medici, serventegli pure a letto. Il grande protofisico Ludovico Settala, di fronte ai dolori di stomaco del padrone, decretò che solo atto diabolico li generasse. Perquisita la camera (a voler chiamarla così) della serva, nel pagliericcio vennero rinvenute povere cose, ritenute strumenti d’arte demoniaca: e forse (ecco il terribile) la Medici tali li riteneva. La donna venne interrogata con spaventosi tormenti; alla fine venne arsa in pubblica piazza. Non è questo un capitolo aggiunto da Sciascia ai Promessi sposi? S’intitola La strega e il capitano e venne pubblicato a puntate sul “Corriere della Sera”. Già, il quotidiano allora usava ospitare Sciascia; oggi, Roberto Saviano e tra pochissimo, Fedez.

   Ebbi il privilegio di conoscerlo: Sciascia, non Fedez. Si trovava spesso a Milano per tentare di curarsi della malattia che l’avrebbe portato a morte. A tavola, in compagnia di Mimmo Porzio e in presenza della moglie, parlava pochissimo, gli occhi pieni d’un’insondabile tristezza. A fianco del piatto, una ceneriera. Un boccone, una boccata. Il suo disprezzo andava, più che ai criminali, ai cretini.