Il Fatto Quotidiano, 17. I. 2021

L’unico sommo scrittore italiano che assomiglia più da vicino a Manzoni è Leonardo Sciascia, del quale in questi giorni cade il centenario della nascita. Sciascia, come Céline e Borges, non vinse il premio Nobel. Voi pensate che l’avrebbero dato a Manzoni, con la sua totale disperazione, con la sua invocazione a una “Provvidenza” nella quale non crede? Manzoni, grandissimo nevrotico, a non dir di più, aveva trovato nella “Provvidenza”” una precaria fonte di equilibri nella quale credere per sopravvivere giorno per giorno. Ci credeva veramente? Non è possibile. La mia idea è che fosse un ateo fatto e finito il quale, proprio perché la sua psiche non esplodesse, si attaccava disperatamente all’idea di Dio. Infatti, le sole autentiche verità vi si ritrovano in bocca allo scettico e vile Don Abbondio.

   Sciascia (come Borges) era ateo senza che ciò rappresentasse per lui una difficoltà. La sua disperazione non era minore da quella di Manzoni; ma era totale, relativa all’uomo e alla vita. Ecco perché non gli hanno dato il Nobel, sovente premio di stolido ottimismo e di fiducia nella fondamentale bontà dell’animo umano che cozza col principio stesso di realtà. Sbagliarono quando lo conferirono a Pirandello, non quando (seppure varcassero l’eccesso del ridicolo) a Dario Fo. I disperati non hanno lì diritto di cittadinanza. Il numero dei cretini è così ampio che Sciascia e Borges sarebbero stati i primi a sbalordire vedendoselo conferire. Certamente Pirandello, per quanto gli convenisse, come Don Abbondio “non sapeva più in che mondo si fosse.”

   Identifica Manzoni e Sciascia non solo la disperazione, celata nell’uno, non nascosta nell’altro. È il gusto della minuziosa ricerca storica, quanto più possibile precisa, quanto più possibile acribica. Infatti, I promessi sposi (del quale voci autorevolissime ritengono superiore alla “ventisettana” la prima versione, esente da censure d’ogni genere), il più grande romanzo, secondo me, mai scritto, e il più grande romanzo storico insieme con Salammbô di Flaubert, finge di essere una narrazione storica d’epoca adattata allo stile italiano moderno. Di più: la vicenda degli “untori” a un certo punto ne cadde per divenire un libro autonomo. Una delle più alte opere storiche mai scritte, una delle più rivelatrici sull’infamia del cuore umano, sulla sua viltà: nemmeno Dostoevskij ci perviene. Eppure, anche tale sommo testo nacque come una “piccola” ricerca storica della quale non un solo particolare fallasse.

    Ebbene, a che cosa in gran parte della sua vita Sciascia si dedicò? Proprio allo stesso genere di ricerca. Non solo di storia siciliana, quella della sua terra: era nato a Racalmuto, presso la Girgenti di Pirandello. Una delle sue memorabili apparsa per la prima volta sul “Corriere della Sera” fra il 1985 e il 1986 (un tempo c’erano Direttori che non si accontentavano delle firme di Saviano e, fra non molto, Fedez …), intitolata La strega e il capitano, scaturisce da un particolare di Manzoni: quello del capo XXXI, nel quale il Vicario di Provvisione, poi minacciato di morte e quasi ucciso per la mancanza del pane, “faceva un chilo agro e stentato” del po’ che anch’egli era riuscito a mangiare. Non di più. Sciascia incomincia a studiare le carte relative a questo Francesco Melzi. E scopre che costui aveva in casa una serva di nome Caterina Medici, serventegli pure a letto. Il grande protofisico Ludovico Settala, di fronte ai dolori di stomaco del padrone, decretò che solo atto diabolico li generasse. Perquisita la camera (a voler chiamarla così) della serva, nel pagliericcio vennero rinvenuti strumenti d’arte demoniaca. La donna venne interrogata con spaventosi tormenti; alla fine venne arsa in pubblica piazza. Non è questo un capitolo aggiunto da Sciascia ai Promessi sposi?

   Vi è poi la furente e raziocinante passione civili di Sciascia, che trascorre identica dal Pci ai Radicali all’indipendenza assoluta, attraversando, con coraggio da assoluto indipendente, l’ “affaire Moro”: sul quale aveva ragione e sul quale ci ha lasciato un testo mirabile. E i romanzi? E i racconti? E le pagine critiche? E i testi teatrali? Se potessi dipingerne un ritratto di qualche pagina, lo tenterei. Chiudiamola con il dire che si tratta di uno di quei grandi Italiani verso il quale noi, e le generazioni a venire, resteremo in perpetuo debito.

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