Libero, 12. I. 2021.

 

    Ho letto per caso, su segnalazione di un amico, un libro terribile del quale di recente si è molto parlato. Il libro è La città dei vivi di Nicola Lagioia, già vincitore di uno “Strega” – ciò, di per sé, non significa nulla -,  edito da Einaudi (2020, pp. 459, euro 22). È la ricostruzione, incredibilmente minuziosa, di un caso di cronaca nera avvenuto a Roma all’inizio di marzo 2016. Non che non lo conoscessi; ma un senso di estraneità e di lontananza non me l’aveva fatto seguire. Non avevo tentato nulla per capire; e avevo rimosso la vicenda.

   Capirla, è impossibile: occorrerebbe possedere le chiavi per comprendere la natura umana. Rimuoverla è una colpa: anche per la magistrale descrizione d’ambiente offerta dall’Autore. Lo svolgimento del fatto ha un modello: A sangue freddo di Truman Capote. Lagioia pare ispirarsi, anche in certo modo stilisticamente, al suo collega di tanti anni fa; ma Capote, dopo la tremenda esperienza, smise di scrivere, pur restando uno degli scrittori più famosi: mi auguro che un autore dal talento di Lagioia non sia affatto per deporre la penna.

   Partiamo dalla prima circostanza d’ambiente: che a me pare fondamentale. Un tempo, anche fra i ragazzi, esistevano le barriere della classe sociale. Ricordo che fino ai quattordici-quindici anni i miei genitori effettuavano un controllo rigidissimo su chi io frequentassi. M’impedirono di stringere amicizia con un ragazzo perché era figlio di un commerciante in profumi e saponi; incoraggiarono il rapporto con uno schifoso baciapile che portava un titolo nobiliare e apparteneva al “nostro” ambiente. Era il loro sistema per proteggermi. Poi venne il Sessantotto, io ero iscritto all’Università, e non si capì più niente; ma l’Università praticamente non la frequentavo: avevo da studiare anche la musica, e gli esami li preparavo imparando minuziosamente i libri di testo: fornivo assai più che non mi si chiedesse.

   So che tutto è cambiato; ma il libro di Lagioia mi ha turbato perché magistralmente documenta il come e il quanto. Non voglio dire solo che non ci siano più le classi sociali. Il fatto è che esiste un vastissimo ambiente (diciamo, fra il trenta e il trentacinque per cento) di ragazzi fra i diciotto e i trentacinque i quali, di qualunque provenienza essi siano, non studiano, non lavorano, non posseggono un reddito se non le mancette (a volte le mancione) elargite dai genitori, frequentano solo i locali notturni, fumano hashish e “tirano” cocaina in quantità industriale, vivono (se vivere ciò significa) girando da un locale all’altro, si ritirano verso le sette o le otto del mattino (sovente a casa dei genitori), e verso mezzanotte sono pronti a ricominciare giornate l’una identica all’altra. Non hanno letto un libro in vita loro. Manuel Foffo, studente della LUISS, sapeva scrivere solo in stampatello. Per loro un’amicizia di cinque minuti stretta in una discoteca o in un bar può pesare quanto quella di una vita, se mai una ne hanno. Dove prendono i soldi per pagarsi le enormi consumazioni di alcool nei locali, nelle discoteche, nei bars? Donde tirano i soldi per pagarsi lo spacciatore di cocaina, che ha sede già nelle discoteche oppure è sempre pronto a rispondere a una chiamata, a un whatsapp?

   Mi si dirà: ma da quale pianeta discendi, se solo adesso ti accorgi di queste cose? Il punto è il seguente. Non ricorro a concetti così vecchi da essere incomprensibili, come il senso morale, che poi sovente veniva adoperato per coprire realtà parimenti orrende. Mi domando: i soggetti da me or descritti posseggono il senso del tempo? Si rendono conto che, da un momento all’altro, magari dopo la morte dei genitori, si troveranno irrimediabilmente fuori, saranno dei barboni e nient’altro? Ridottisi così, non troverebbero il più umile dei lavori?

   E veniamo al nostro caso. Due soggetti siffatti, Manuel Foffo e Marco Prato, s’incontrano a un capodanno. Non ne nasce un’amicizia del cuore. Una telefonata, un whatsapp ogni tanto. A un certo punto, si ritrovano a casa del Foffo (benestante, viveva solo) e passano alcuni giorni a bere e a “tirare” cocaina. Quando finiva, telefonavano allo spacciatore che gliela riforniva sempre. Ogni tanto hanno pure rapporti sessuali, sebbene il Foffo, una volta in carcere, avesse tra le principali preoccupazioni di proclamare “Ahò, i’ nun sò frocio!” A poco a poco nelle loro, diciamo così, menti, un’idea si fa strada: di compiere un gesto così estremo da rafforzare e rendere irrevocabile la loro amicizia. Si giungerà al proposito di uccidere qualcuno.

   Così, incominciano a fare telefonate, a lanciare whatsapp per trovare una vittima designata, invitandola a bere e “tirare” con loro. Varî tentativi vanno a vuoto: gli oggetti di essi, quando vennero a sapere quale sorte sarebbe stata serbata per loro, s’intesero male; ed è il minimo. Finalmente, verso le sei del mattino, uno abboccò.

   Luca Varani era un bellissimo ventitreenne d’infima origine sociale, sempre sorridente, dispensatore di luce intorno a sé: lavorava in una carrozzeria e aiutava il padre col suo camioncino di rivendita dolciumi. Fidanzatissimo da otto anni e appassionatissimo di lei. Ma al di fuori della famiglia, un “altro” ambiente sapeva che Luca si prostituiva con uomini e, all’occorrenza, spacciava e “tirava”. Onde non si sconvolge affatto alla telefonata d’invito di Marco; precisa solo che a mezzogiorno se ne deve andare. Da bravo ragazzo qual è, senza una lira in tasca, arriva in autobus in un rione ch’è già periferia. I due hanno dichiarato il loro intento esser stato solo quello di stuprarlo. Ma non appena arrivato, propinano a Luca una bevanda che lo stordisce violentemente. Egli è impotente nelle loro mani. Non sapremo mai ciò che, in quelle poche ore, realmente accadde. Dopo, i due incominciarono ad accusarsi a vicenda; poi Marco Prato si è ucciso nel carcere di Velletri nel giugno 2017. Sostiene Foffo (ora condannato definitivamente a trent’anni dalla Cassazione) che l’idea di uccidere Luca fosse montata nella loro testa (Marco istigante, è ovvio) gradualmente. Intanto incominciò a torturarlo, giungendo a recidergli le corde vocali affinché non fosse udito urlare. Le torture di coltello aumentarono. Poi si passò alle martellate in testa, l’ultima delle quali fu la decisiva.

   I due, anche loro distrutti, i giorni precedenti aiutando, dormirono qualche ora. Poi si separarono: Prato voleva andare in un albergo, assumere barbiturici e così uccidersi. Venne preso a tempo: forse aveva sbagliato le dosi. Foffo, due giorni dopo, confessò la cosa al padre, che lo fece immediatamente costituire.

   Ora, gl’interrogativi, profondi, angosciosi, che la ricostruzione di Nicola Lagioia suggerisce, sono tanti. È sufficiente lo schifoso ambiente dai due frequentato a indurre un’alterazione psichica la quale, a passo a passo, li ha portati a torturare e uccidere un ragazzo: ma così, come puro “atto gratuito”, senz’alcuna motivazione di odio e vendetta verso la vittima? O la combinazione di alcool e cocaina, per tanti giorni e in misura così eccessiva, ha alterato la loro psiche fino a portarli a un gesto simile? (Tesi, peraltro, respinta dalla Magistratura in tre sedi). O Foffo e Prato erano, almeno nella circostanza, due “mostri”? Il terzo quesito pare da escludersi assolutamente. I “mostri” quasi non esistono. Ma che cos’è, la natura umana?  Dobbiamo forse ammettere che nei recessi di ciascuno di noi si nasconda qualcosa di atroce che va definita solo “il Male”? E che esso “Male” si manifesta per caso, favorito dalle circostanze. Come mai teneri padri di famiglia, custodi nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, si manifestarono efferati sadici, poi teneramente tornando alle loro case?

   Forse conviene ritrarsi, prima di spingere gl’interrogativi troppo in fondo. Ne andrebbe, anche, del nostro equilibrio psichico, quello che ci serve a campare ogni giorno.