Libero, 5. I. 2021

   Il viennese Concerto di Capodanno 2021 è stato diretto da Riccardo Muti: e chi meglio di lui avrebbe potuto farlo? Molti dei precedenti sono stati celebrati in periodi di guerra o quasi-guerra; salvo il lungo intervallo di pace dal 1945 a oggi, nel quale i conflitti hanno visto impegnate le Nazioni europee e gli Stati Uniti in aree asiatiche o sudamericane: l’intervallo di pace, per lungo che sia, è stato in qualche modo simulato: si pensi alla guerra del Vietnam. Per la prima volta, il I gennaio 2021, a minacciare l’umanità non è la guerra, ma una terribile epidemia che ne ottiene gli effetti. Vedere i Filarmonici di Vienna e il maestro Muti eseguire i Valzer e le Polke dei membri della famiglia Strauss nella sala del Musikverein completamente deserta ha prodotto su di me, e non credo solo su di me, un effetto spettrale. Non dimentichiamo, inoltre, che il Concerto di Capodanno nasce con il pubblico e rappresenta anche un dialogo con il pubblico: è una festa dei Viennesi che poi, grazie alla televisione, è diventata una festa mondiale.

   Un tratto di cattivo gusto che a me pare squisitamente austriaco è questo: durante il concerto, la visione dell’orchestra e del direttore è offuscata e interrotta di continuo dalla contemplazione di fiori, di pièces de ballet eseguite da coreuti di seconda categoria, di panorami viennesi e austriaci. È un concerto o un pot-pourri? Così facendo, la musica degli Strauss – e in particolare di Johann figlio, davvero un eccelso musicista – è trasformata in musica di commento, quasi fossimo al cinema; a opera dei Viennesi stessi, che l’hanno inventata.

   Il Valzer ha origini rustiche medioevali; nella seconda metà del Settecento prende piede nella musica cosiddetta “colta”; a farci attenzione, molti Minuetti delle Sinfonie di Haydn, specie le tarde, sono già, almeno nell’enunciazione tematica se non nell’intera forma, dei Valzer. Segue un periodo iniziale, i vertici del quale sono toccati da Schubert e Chopin: ma i Valzer di quest’ultimo, dal profumo inconfondibilmente parigino, sono così astratti da esser lontanissimi da quelli della famiglia Strauss. Ciaikovskij diede alla forma un contributo gigantesco: si pensi solo a quello de La bella addormentata, uno dei più belli mai scritti. A non dire di quello, meraviglioso, all’interno della Sinfonia de La gazza ladra di Rossini: e siamo ancora nel 1817. Ma gli Strauss, soprattutto padre e figlio, compirono un miracolo: scrissero, insieme con le Polke e le altre forme, della musica danzabile che nello stesso tempo era musica assoluta. I Valzer di Johann figlio sono tra i capolavori del sinfonismo ottocentesco.

   L’Europa ebbe un lungo periodo di pace e apparente gioia, fra la guerra del 1870 e quella del 1914, la Prima Guerra Mondiale. S’inebriò di questa musica e attraversò l’epoca gioiosamente, quasi al suo passo ternario. Lo si vede dall’incoscienza suicida, senza autentica causa politica, con la quale si gettò in quella che Ernst Nolte definisce “la prima guerra civile europea”. Durante le stragi terribili e insensate il Valzer tacque. E da allora, dal 1919, assunse una connotazione affatto diversa sulla quale non si è insistito abbastanza. Non fu più una manifestazione di gioia, ma una disperata rievocazione di una gioia perduta per sempre. Il primo Concerto di Capodanno, diretto dal grande Clemens Krauss, che continuò a capeggiarli fino alla morte, avvenne nel 1939: con l’Austria già occupata dai Tedeschi e “riunificata” giusta il bieco Anschluss. Che poi gli Austriaci fossero entusiasti di essere annessi al Reich ancor più di quanto non fosse il Reich di annetterli, è discorso di puro carattere storico; lasciamolo da banda. Quale gioia volete vi fosse quel I gennaio – almeno nei pochi in condizione d’intendere e di volere? E nei successivi anni della “seconda guerra civile europea”? Figuratevi ch’esso fu tenuto anche il I gennaio del 1945, i Russi alle porte: quale gioia volete albergasse nel cuore degli spettatori? La rievocazione disperata di una gioia che mai tornerà è più terribile della disperazione allo stato puro.

   Nondimeno, al Concerto di Capodanno non vi fu un anno d’intervallo: la Vienna distrutta, una sola cicatrice, del 1946, occupata da quattro eserciti che se l’erano divisa in zone, non mancò di offrirlo.

   Poi, quel lungo periodo di pace che dura fino a oggi, pur se altre insidie ci minacciano. Il Concerto venne capeggiato da direttori bravi e meno bravi, fra i quali, una sola volta, lo stesso Karajan. I miei ricordi più belli sono dei quindici anni nei quali il direttore, divenutone quasi stabile, fu Willi Boskovsky. Sovente imbracciando il violino, come Johann Strauss, questo grandissimo musicista ha diretto il Concerto con stupefacente naturalezza e la più classica eleganza. Anch’egli fa parte della disperata rievocazione di una gioia che ha messo capo alla fantasmatica sala vuota del 2021.