“Il Fatto Quotidiano”, 31. I. 2016.

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 In questi giorni si rappresenta al San Carlo di Napoli La vedova allegra di Franz Lehar (prima esecuzione 1905), formalmente un’Operetta ma, come tante cose di questo grandissimo Autore (basterebbe il Valzer Oro e argento, un piccolo, squisito Poema sinfonico, a decretarne l’immortalità), un capolavoro musicale. Di fronte al valore dell’ispirazione le distinzioni fra i “generi”, l’alto, il mediano, il basso, sono prive di senso: e d’altronde, non sono i Beatles e i Rolling stones i migliori compositori d’avanguardia degli ultimi tre decenn^i?

Primo punto di forza il direttore d’orchestra Alfred Eschwé: posso dirlo io che ho ascoltato la Vedova sotto la bacchetta del sommo Lovro von Matacic e ricordo che Karajan di questa partitura aveva più paura che del Crepuscolo degli Dei: Eschwé affronta con professionismo di alta qualità ma pure semplicità ed efficacia di gesto un testo difficillimo. Secondo: viene aggiunta, secondo la prassi dell’Operetta, non rigida come quella del teatro musicale “dotto”, una canzone e ampliata la parte insignificante del comprimario Njegus, per consentire la partecipazione di Peppe Barra, che definire “grande” è pleonastico. Terzo: e credo si debba come il secondo al regista Federico Tiezzi: alla parte del barone Mirko Zeta è aggiunta un’altra canzone napoletana.


I due interpreti. Bruno Praticò e Filippo Morace, sono uno più bravo dell’altro: e dovevano tremare trattandosi di un pezzo che rappresenta un vero banco di prova per un “macchiettista” e ch’è entrato trionfalmente nella storia della letteratura mondiale e, di lì, nel grande cinema. La canzone è ‘A risa, ossia La risata, di Berardo Cantalamessa (1858-1917), che ne fu non solo il primo interprete ma pure, nel 1895, con essa creò la prima incisione fonografica italiana: la quale si può ascoltare “in rete”. Ancor più celebre dell’Autore, e a mio parere a lui persino superiore, la cantò l’altro napoletano Nicola Maldacea (1870-1945).
L’io narrante de ‘A risa dice che qualunque sua reazione agli eventi, fossero pure dolori e lutti, è il ridere: e l’interprete deve creare a tempo di musica una risata zampillante e gorgogliante. Dico “creare” giacché lo spartito è qui meramente potenziale e senza l’arte interpretativa resta un suggerimento.
Facciamo attenzione alla data: l’Espressionismo è alle porte. I fratelli Heinrich e Thomas Mann vissero un anno in Italia, fra Roma e Palestrina: vi giunsero nell’ottobre del 1896 per restarvi sino al 1898. E si recarono (come avrebbe potuto mancare: specie per un omosessuale come Thomas?) pure a Napoli In quell’occasione dovettero assistere a un’esecuzione de ‘A risa, forse da parte del medesimo Autore o di Maldacea. Ma nel 1912 il già celebre creatore de I Buddenbrook e altre mirabili opere narrative scrisse l’ambiguissima Novella La morte a Venezia ove esprime l’attrazione per quella triade onde verrà dominato per tutta la vita, il senso della morte (e della rinascita: debbo questa importante aggiunta a Sara Zurletti), la musica di Wagner, l’omosessualità. In un episodio l’illustre scrittore di mezza età, che a Venezia scopre d’esser follemente innamorato d’un adolescente, è seduto sulla terrazza del grande albergo veneziano che lo ospita: incombe, e lo si percepisce, il colera, ancora negato dalle autorità. Un cantante napoletano laido, sguaiato, canta ‘A risa. Mann fa una straordinaria descrizione e della canzone e di come viene interpretata. Poi “Aschenbach non stava più adagiato sulla poltrona, s’era tirato su come per un tentativo di difesa o di fuga”. Anche il film di Luchino Visconti mostra un Dirk Bogarde terrorizzato di fronte al bravissimo Tonino Apicella, reso espressionisticamente un mostro. Il totale rovesciamento dei valori che l’epidemia porta consente ad Aschenbach di accettare con gioia la passione e la morte ch’essa implica. ‘A risa è di tale morte uno strumento. Cantalamessa si sarebbe fatto la croce colla mano sinistra; ma le vie dell’arte grande sono infinite quanto quelle della Provvidenza.