Il Fatto Quotidiano, 8. XII. MMXX

NB: il centocinquantenario della morte cade il 17 dicembre.

 

Almeno fino alla metà dell’Ottocento i grandi operisti italiani furono, sul piano europeo, non quattro ma cinque. A Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, si deve aggiungere Saverio Mercadante. Egli si spense il 17 dicembre del 1870, divenuto del tutto cieco ma ancora autorevolissimo direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella.  Nato ad Altamura nel 1795, si trasferì a Napoli ov’ ebbe ottimi maestri nelle materie basilari. Ricevette l’insegnamento della Composizione da Nicola Zingarelli, arido e passatista. Occorre pur dire che, come didatta, costui fosse assai superiore all’artista; gli fu discepolo anche Bellini, oltre che l’inqualificabile Florimo, a cui dobbiamo la distruzione volontaria della gran parte dell’epistolario di Bellini, e la diffamazione del nostro Saverio – solo, però, post mortem: prima si metteva paura.

   Per comprendere quanto diffusa sia la dolosa ignoranza di chi dovrebbe governare le istituzioni musicali, alcuni anni fa, molto prima che l’epidemia mettesse sottosopra tutta la vita civile, io rammentai alla rag. Rosanna Purchia, soprintendente del San Carlo, che saremmo caduti nel Venti nel centocinquantenario di uno dei Maestri nazionali italiani e napoletani. Non l’aveva mai inteso nominare. L’ultima volta che il San Carlo echeggiò delle note del Grande fu nel 1970, nel centenario della morte; io c’ero. Si allestì una delle sue più fresche Opere giovanili, l’Elisa e Claudio. Quando si pensava ancora, ecco il giudizio che di Mercadante dava – dico – Liszt: traduco dal francese le parole del genio ungherese.

   Prima ripeto che fino agli anni Cinquanta riscosse fama europea; giunse a Parigi e vi pubblicò: pur se, a differenza di Bellini, che stava per pervenirvi, di Donizetti e Verdi, non approdasse mai all’Opéra. Ma i suoi Briganti, rappresentati senza successo agli Italiens, presaghi dei Masnadieri di Verdi, non sono loro inferiori né per concisione né per profondità. Nel 1838 Liszt, che nel 1840 pubblicherà le Soirées italiennes. 6 amuséments pour piano sur motifs de Mercadante, scrive: “Le sue Opere sono, di là da ogni confronto, le meglio concepite e meglio strumentate di tutte quelle da me ascoltate. Le ultime composizioni di Mercadante sono, senza possibilità di contraddittorio, le meglio pensate del repertorio attuale.”. Sigismund Thalberg, Autore di parafrasi non meno celebri di quelle di Liszt su Motivi di Rossini e Bellini, nella sua opera didattica fondamentale, nonché una delle più importanti dell’intera storia della didattica pianistica, L’art du chant appliqué au Piano, scrive una Parafrasi d’un’Aria del Giuramento. Il classico ductus melodico, l’eleganza dell’armonia di Saverio, non hanno rivali.

   Il quale Giuramento, insieme con Il Bravo, è rapinosamente scritto sotto il profilo drammatico ed espressivo. E tocchiamo un forte ossimoro: Saverio è il compositore più conservatore (è rettamente figlio di Rossini, pur seguendogli di soli tre anni) e insieme ricercatore di nuove forme, e nuovi strumenti espressivi. Dissento nettamente dalla letteratura la quale sostiene non esservi evoluzione stilistica in lui, a partire da I Normanni a Parigi (1832) per giungere all’estrema, e meravigliosa, Virginia, del 1866. Invero egli lasciò Opere bellissime, più che non si sappia: per i titoli, basta aprire un’enciclopedia. E quali sapienza e genio nelle sue creazioni strumentali! Ce n’è una, la Seconda sinfonia caratteristica napoletana, ch’è un Poema Sinfonico sulla Tarantella: riesce a battere sul suo terreno il Saltarello della Sinfonia Italiana di Mendelssohn…

   E perché, allora, quasi scomparve ancora in vita? Non vi sono risposte più facili al quesito: nel 1829 Rossini aveva abbandonato per sempre il teatro musicale; e qualche anno dopo, con il Nabucodonosor (1842), era arrivato Verdi.