Libero, 8. XII. 2020

   Friedrich Nietzsche possedeva probabilmente una conoscenza più vasta di quei filosofi, importantissimi, detti in modo del tutto improprio i “presocratici”: e pensiamo solo alle gigantesche figure di Empedocle e Democrito, quest’ultimo tra i fondatori della moderna scienza. Ma non si sarebbe così concentrato su di loro, nella sua opera di definitiva distruzione della metafisica, se non ci fosse stato Spinoza. E questo è pacifico. Nell’ottica globalistica di quella sorta di festival permanente di stars “massmediali” la cultura italiana è divenuta cosa affatto marginale, laddove un tempo le persone colte conoscevano tutte la nostra lingua, che s’imparava insieme con il latino e il greco. Come si fa a insegnare filosofia (non dico “fare il filosofo”) senza poter leggere in originale Galileo Galilei?

   E torniamo a Nietzsche e Spinoza. C’è una terza figura senza la quale l’ultima distruzione della metafisica non sarebbe stata compiuta dal filosofo tedesco. È Leopardi, ch’ebbe influenza fondamentale sulla filosofia di Nietzsche. Perché il “contino” di Recanati (che pure non conosceva il tedesco: ma a lui non serviva: possedeva le lingue antiche come il più perito filologo classico, e ciò sin dall’adolescenza) era ben noto a Friedrich. E, cosa che a volte si dimentica, non è solo uno dei più grandi poeti dell’Ottocento – in italiano, il più grande, ma è ai vertici di tutte le poesie – ma il più grande filosofo italiano dell’Ottocento, e uno dei più grandi d’Europa. Ha portato ha dimenticarlo proprio una caratteristica di forma e di stile che a Nietzsche l’accomuna: il suo procedere per aforismi. Hegel blaterava per sistemi d’incommensurabile peso; ed era il ricreatore di una moderna Teodicea alla quale dobbiamo, insieme con altri elementi, anche il nazismo.  Lo Zibaldone di pensieri pare una sequela del tutto a-sistematica di aforismi di latina concisione. Possiede una formidabile coerenza interna che si salda con la poesia del suo Autore (anche quella non “filosofica”: tutti sono capaci di comprendere che il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, oppure La ginestra, sono filosofia cantata in sublimi versi), con le Operette morali e con l’epistolario. E di Leopardi Friedrich era un attento conoscitore e ammiratore. Senza di lui sarebbe rimasto avvolto nella metafisica wagneriana.

   Ce lo ricorda un volume d’enorme importanza, di stile limpido insieme e rigoroso, che in questi giorni porta sul mercato un piccolo e coraggiosissimo editore napoletano, “La scuola di Pitagora”: Il pensiero di Leopardi di Mario Andrea Rigoni, pp. 385, euro 30. Posso definirlo “il libro di una vita”. Per più ragioni. Per avermi accompagnato, nelle sue crescenti metamorfosi, per anni: ed esercitando sulla mia formazione un’influenza paragonabile a poche altre. E per essere il libro di una vita dell’Autore stesso, ch’è andato ripensandolo e riscrivendolo fino all’attuale forma monumentale, secondo me ormai la definitiva. Su Mario Andrea Rigoni piace ripetere due cose che valgono a meglio inquadrarne la figura: è stato uno degl’intimi amici, traduttori e introduttori in Italia di Emil Cioran, uno dei più grandi filosofi del Novecento nonché cantore del Nulla: ossia figlio di Leopardi e Nietzsche, ma ancor più maledetto per essere un solitario apolide anticomunista. Poi, per la particolare attenzione rivolta al pensiero di Sade. Lo conosco pochissimo, ho letto le sue opere principali decennî fa (forse ero ancora a scuola), ma, soprattutto, non immaginavo possegga un’autentica statura filosofica. Se lo dice Rigoni, è certo; e il rapporto di Sade con Leopardi è da lui espressamente indicato.

   Rigoni conosce ogni virgola dello Zibaldone, ogni verso poetico, ogni epistola del “Contino”; ogni piega delle Operette morali, che sono uno dei vertici della prosa italiana e, proveniendo dal materialismo settecentesco francese e da Fontenelle (Autore dei Dialoghi dei Morti), fondano uno Stile Grottesco che si salda al nichilismo antico, se così posso chiamarlo, di Luciano di Samosata. Anche le sue pagine, in apparenza una raccolta di saggi successivi nel tempo (egli ha persino il vezzo di apporre la data a ognuno dei saggi), posseggono una formidabile unità. Esistono libri che si sono scritti da sé? Questo ne è uno. Le pagine sono andate nascendo, cercandosi e poi saldandosi.

   Dopo averlo letto, si comprende meglio perché Leopardi sia rimasto, in fatto, sempre figura scomoda per il complesso della cultura italiana. Da noi essa è stata o cattolica, o idealista, o fascista, o marxista, con passaggi di schieramento assai disinvolti dall’una all’ altra area; a non parlare dei sincretismi. Certo, tra i Padri della Patria; certo, sublime lirico. Ma come la mettiamo con uno che stravedeva per l’Antico e l’eroismo dell’Antico, in un’epoca ove, secondo lui, al vivere la vita s’era sostituita la riflessione su se stessi? Come la mettiamo con un materialista assoluto e un ateo integrale (non sono sparsi pensieri, mostra Rigoni) che addirittura palesa non esser possibile in alcun modo provare l’esistenza di Dio, provandone invece l’inesistenza? E, ancora, ritiene l’universo eterno e increato? Tanto da attribuire una forma di pensiero alla materia bruta, come faranno Nerval e Baudelaire? Oggi la scienza più avanzata ritiene sempre più difficile trovare un confine tra materia animata e inanimata. L’idealismo di Platone ha fatto piazza pulita di quanto lo precedeva e gli era contemporaneo. Ma c’è un’altra filosofia, che parte dai “presocratici” e arriva a Nietzsche. Non è un caso che Leopardi allo stesso tempo, e con la stessa intensità, adorasse e odiasse Platone: ch’è pur sempre il più grande prosatore greco.

 Quei quattro decerebrati che frequentano le nostre scuole stanno ancora a Alla sua donna e alla donzelletta che vien dalla campagna: quando va bene.

   D’altronde, mettete quest’opera nelle mani di un medio professore universitario. Uno, non la capisce. Due, non ha tempo di leggerla: deve pensare alla carriera e a leccare i piedi agli studenti.