Il Fatto Quotidiano, 29. XI. 2020

Detesto poche cose al mondo quanto le raccolte di coniectanea, che in latino possiede una sfumatura di disprezzo non trascorsa nelle lingue romanze. In napoletano si tradurrebbe benissimo ‘o sacco d’ ‘a munnezza: tante cose andate a male, mille volte “riciclate” e raccolte alla rinfusa dando loro l’aspetto di un libro. Vi si dedicano soprattutto i giornalisti che tentano di credersi, e far credere, di essere scrittori. Eccellono nello spacciare aforismi. E però: chi non s’inginocchierebbe di fronte a quelli di Lichtenberg? E gran parte dell’opera di Nietzsche non è concepita per aforismi? E lo Zibaldone di pensieri di Leopardi non è concepito in forma aforistica e insieme la più importante opera filosofica italiana in senso stretto dell’Ottocento, e una delle prime per tutta l’Europa?

   Guardiamo la cosa dall’opposta prospettiva. Una piccola e, l’ho già detto, coraggiosissima, casa editrice napoletana, “La scuola di Pitagora”, mette in vendita in questi giorni Il pensiero di Leopardi, di Mario Andrea Rigoni, pp. 391, euro 30.  Ma quanti libri sul Recanatese ha scritto costui? E in forma di coniectanea? Costui è un arrampicatore universitario – ma è già in pensione, e non me lo vedo a fare il commissario concorsuale con la sua lista di raccomandati. Ovvero è uno di quegli più o meno innocui maniaci con l’idea fissa? Il fatto d’esser il nostro più importante leopardista e insieme d’esser stato intimo amico di Cioran e diffusore in Italia della sua opera (orrore!) rende la posizione di Rigoni sempre più indifendibile.

   Ho letto più di un’opera del nostro Padovano, in ispecie sul Recanatese. Quest’ultimo mi sembra il culmine di una vasta costruzione. Perché ci scopri anche una ferrea mano sistematica. L’Autore ha il vezzo di apporre la data a ciascuno dei capitoli; ma il libro ha un sol corso, fluente e possente. Sia chiaro: chi scrive è di filosofia affatto ignorante: se gli mettete in mano una pagina di Hegel e gliela lasciate per mille anni, dopo mille anni non ne avrà compreso una sola parola. È così rozzo che i suoi filosofi sono Spinoza, Nietzsche e, appunto, Leopardi. A Schopenhauer aderisce più con l’anima che colla ragione.

   Paragonerei Il pensiero di Leopardi a una di quelle immense Toccate per organo di Bach della quale, magari a un certo punto e dopo varî ascolti, ti accorgi possedere una sterminata struttura formale nascosta dietro l’apparente improvvisazione. Bisogna ascoltare, e ascoltare, e ascoltare; come questo libro occorre leggere, e rileggere, e rileggere. Lo farò. Rigoni conosce ogni virgola dello Zibaldone, delle Operette morali, delle Canzoni filosofiche. Sempre ne scorgi il motivo filosofico: ch’è innegatamente pessimista e materialista, materialista in toto: tanto da riconoscere un’anima in quel che convenzionalmente si denomina natura inanimata, come faranno Nerval e Baudelaire. Leopardi non conosceva il tedesco; eppure partecipa al dibattito filosofico internazionale – sui temi a lui cari, s’intende – come se fosse uno di loro: uno schlegheliano, s’intende, non un hegeliano. C’è l’incredibile influenza da lui avuta su Nietzsche: senza il primo il secondo rimarrebbe nella metafisica wagneriana. Poi c’è lo sterminato amore per l’Antico e per l’Eroe, meno infelice di noi perché la vita per lui è un fatto, non una riflessione su noi stessi. E ci sono contraddizioni solo a un poeta-filosofo concesse: lo sconfinato amore per Platone, lo sconfinato odio per Platone.  Grazie anche per questo, grande Mario Andrea.

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