Libero, 27. XI. 2020

   Questo articolo è dedicato al libro di Alberto Mattioli uscito nei presenti giorni: Pazzo per l’Opera. Istruzioni per l’abuso del Melodramma (Garzanti, 2020, pp. 207, euro 16). Per comprendere le mie parole e il libro, occorre sottoporsi a una preliminare narrazione.

   Sono stato critico musicale del “Corriere della Sera” dal 1979 al 2015. Ero il più famoso critico italiano, se non europeo. Me n’è restata una misera pensioncina Inpgi. In cambio di questo, ho affrontato serate di un tedio per me insopprimibile. Quel pubblico dalle facce di mele rancide, quelle melo-recchie urlanti in falsetto, quelle sciure della borghesia milanese, quei loggionisti bercianti, quei patiti dell’Avanguardia, di Abbado e Luigi Nono… Dopo il licenziamento, ho ricominciato a vivere, a studiare, persino a scrivere libri. Sono un risorto. Il mio posto è stato, in punto di fatto, abolito; c’è un povero disgraziato al quale, verso tre centesimi, concedono lo spazio di un francobollo per (non) esprimere opinioni.

   Alberto Mattioli, modenese che scrive sulla “Stampa”, ha diciannove anni meno di me. Adesso il più famoso è lui. Habent sua fata libelli.  Da meno di un anno, siamo diventati carissimi amici. Le sue posizioni, in fatto di musica e di esecuzione musicale, sono l’esatto opposto delle mie. Potremmo pigliarci a coltellate; ma su tutto il resto andiamo d’accordo e fra noi vige persino una grande simpatia umana.

   Qual è la tattica, supervincente, di Mattioli? L’astutissima tattica di chi, essendo coltissimo e intelligentissimo, si finge un cretino. (In parentesi: una non gliela posso perdonare, il rimpianto e la venerazione per Alberto Arbasino, che quanto a cretino, lo era al quadrato.) Alberto (Mattioli) si traveste, dandola a bere, da bravo ragazzo e poco più che ingenuo loggionista, il quale ha una smodata passione per il teatro d’Opera e trova sempre motivi per entusiarmarsene. Tiene il conto delle migliaia di recite operistiche alle quali in tutto il mondo ha assistito. Là ove io sentivo una cappa di depressione e noia cadermi sul capo per tutte le stonature, gli errori, le improprietà, di cantantucci, registucoli e direttorucoli, egli riesce a trasformare qualsiasi difetto in eccelsa qualità. Alberto è un idolo delle melo-recchie: “Lui sì, che la cianta chiara!” Riesce anche a simulare, con un raffinatissimo gusto per l’apocrifo, il loro stile orante e (ahimé!) scrivente. Perché hanno i loro fluviali blog: avete mai inteso parlare de “Il Corriere della Grisi” o de “La voce del loggione”? Nemmeno Flaubert potrebbe concepirli, e nemmeno in bocca a Homais, col misto di rancore, di fare La maestrina dalla penna rossa e odium humani generis di che ridondano.

   Però. È molto più facile a un cretino fingersi intelligente che a un intelligente fingersi cretino. C’è sempre una falla. E faccio un esempio – fra i tanti. Il primo capitolo di un volume che fortemente incito a leggere, è dedicato ai registi d’Opera: una delle tabe del nostro tempo, e che naturalmente Alberto, quanto più “trasgressivi” siano, adora. Potrebb’esser considerato un capitolo aggiunto a Bouvard et Pécuchet di Flaubert. Mattioli si dedica a una pseudo-descrizione di coloro che alle loro vergogne si oppongono con veemenza. Egli crede di aver fatto un “grottesco” in stile Arbasino: il quale in neppur mille anni ci sarebbe arrivato. E debbo invocare anche il fatto personale: solo che io non m’indigno più, ho smesso di frequentare i teatri, le Opere me le ascolto a casa  e me ne proietto una regia ideale. Mattioli fa una descrizione di un bilioso, rancoroso, protestatario spettatore, appunto in stile Bouvard e Pécuchet, che per la metà pare un ritratto mio. (In parentesi: ve lo vedete Isotta, in un intervallo della Scala, dove manderebbe a stare e che cosa farebbe fare all’asmatico abbonato reduce della Guerra di Libia che scaracchiando gli si avvicinasse per dirgli che “così non si può andare avanti”?). Ma il ritratto mio è così eccessivo, così caricato nel grottesco, che il primo a scompisciarsene sono stato io stesso. La mescolanza di verisimile e di falso è così abile da cogliere, non solo la realtà in centinaia di casi, ma di rappresentare me stesso per metà. Questo non significa essere un critico musicale: molto di più: un narratore di autentico talento. Io sarò morto ma quel personaggio mi sopravviverà.

   E poi: le interminabili liste di cantanti e direttori d’orchestra. Ce ne fosse uno, da lui apprezzato, che io non disprezzi. Mette sullo stesso piano Erich Kleiber, ch’era un genio, e il figlio Carlos, un povero infelice; nonché una delle audacissime truffe del Maestro Siciliani nella quale caddi anch’io. Potrei continuare con tutto l’indice dei nomi. La punizione per uno così l’ho trovata solo io, e qui la rivelo: farlo diventare il fidanzato segreto della signora Cristina Mazzavillani Muti, e magari, simultaneamente, della figlia e del virilissimo genero.

   Ora viene la lista dei però. Il primo: si capisce che la sua passione per l’Opera e il suo allestimento è sincera, e molto per ciò gli verrà perdonato. La seconda: così come non gli riesce di simulare la cretinaggine, allo stesso modo non gli riesce di dissimulare la sua fondamentale bontà d’animo. Amiamo ambedue i gatti; ma mentre io mi limito ad adorare in silenzio la mia Isaura, ch’è altezzosa e tiene le distanze, lui ha scritto un libro – commovente è dir poco – Il Gattolico praticante. Esercizi di devozione felina. Chissà che il merito accumulatone non gli valga l’esenzione dai varî accoppiamenti con i Signori di Ravenna. Non da una pena accessoria: dover assistere, l’anno venturo, l’anno dantesco, a un’esecuzione della Sinfonia Dante di Liszt diretta dal Padre e declamata dalla Figlia. Ci sarò anch’io: a guardare lui. Mattioli, s’intende; al Padre spetta la maiuscola, Lui.

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