Il Fatto Quotidiano 22. XI. 2020

   Non mi metto a fare la storia della Rivoluzione Francese. Altrimenti direi: “Leggete il Gaxotte e incominciate da lì.” Una constatazione mi pare obbligatoria. Proviamo a guardare i ritratti dei suoi protagonisti, a cominciare da Robespierre. Hanno tutti una tabe fisica: chi gobbo, chi ex prete con tutte le stigmate, chi obeso… C’è n’è uno solo veramente bello, Louis-Antoine de Saint-Just, detronizzato per il suo appoggio a Robespierre e ghigliottinato, a ventisei anni, il 9 Termidoro (27 luglio) del 1794 e ghigliottinato, con Robespierre, il giorno successivo. Ma André Malraux dice “è la sua bellezza a nascere dalla leggenda”, ossia dal martirio e dalla fedeltà. Egli è peraltro il più amato dei rivoluzionarî dagli uomini dell’estrema destra francese: caso limite Drieu La Rochelle, non indenne lo stesso Camus, che non era di destra né di sinistra.

   Una delle scrittrici che amo, Marguerite Youcenar, sostiene che non potesse essere casto, giacché la carne va sempre soddisfatta. Fosse così semplice. Basta ricordare l’affermazione di Nietzsche, nella Genealogia della Morale: esser l’ascetismo la forma suprema di volontà di potenza. Infatti era soprannominato “l’Arcangelo della Morte”.

   In realtà, Saint-Just era un enigma. Affrontato nel bellissimo libro di Stenio Solinas: Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione (Vicenza, Neri Pozza, 2020, pp. 163, euro 18).  La sua crudeltà, la sua ansia a che gli altri salissero i gradini del patibolo, il disprezzo verso la natura umana accompagnato da un finto amore per l’Uomo, non nasceva da secondi fini, quali che fossero: era una missione attuante un desiderio soterico (verso la Patria), nascente da una insensata lettura degli Antichi, da Livio a Cicerone, a Plutarco. Tale desiderio soterico, psichicamente di carattere ossessivo, comporta quale parva res il sacrificio di sé. Il 9 Termidoro gli tolsero con insulti e grida la parola: egli restò immobile e insensibile al suo seggio. Per cinque ore, mentre quelli bestialmente berciavano. Dopo la notte di detenzione salì sulla carretta con la stessa fredda eleganza del giorno prima. Può darsi che in cuor suo desse ragione ai suoi assassini: forse possedevano un senso della Patria che a lui sfuggiva. Così era stato fra i promotori di un atto infame: la condanna a morte di Luigi XVI, “perché chi regna non può esser innocente.”

   Altro enigma: un uomo di così alti, e confusi, ideali, possedeva qualità pratiche – legislative, amministratrici, militari – che nessuno avrebbe in lui supposte. Combattette, riorganizzò armate quasi disperse sul fronte del Nord: egli, che cavalcava magnificamente ma che non aveva mai svolto il servizio militare. C’è, in questo libro di Solinas una grande lezione sul “guazzabuglio del cuore umano”. Per il suo stile così agile nel raccontare fatti molto complicati, e per la profondità che dietro v’è nascosta, questo Saint-Just potrebbe portare la firma di Stefan Zweig: il quale, onnisciente com’era, conosceva tutti i segreti e gli orrori della Rivoluzione. Consiglierei di legger parallelamente la sua straordinaria biografia di Maria Antonietta.

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