Il Fatto Quotidiano, 12. XI. 2020.  

   Tra la fine del Settecento, specie in periodo rivoluzionario, e l’Ottocento, v’era a Parigi una miriade di teatri. Farne la storia richiederebbe volumi. C’interessa ora il Théâtre des Italiens (“degli Italiani”), in gergo detto “les Italiens”, ove si recava una certa società aristocratica e alto-borghese, dai gusti, per lo più, rivolti al “Bel Canto”, e quindi a Rossini, che ne fu Direttore e poi, a lungo, direttore occulto. Pensiamo solo che les Italiens ospitò la prima esecuzione assoluta de I Puritani di Bellini, proprio sotto l’egida di Rossini, che l’amava moltissimo e lo istruì, per l’occasione, nei segreti dell’orchestrazione.

   Gli “Italiani” vennero inaugurati con un decreto di Napoleone – “Primo Console” – del 1801, Chiusero definitivamente nel 1878, dopo la disfatta del nipote Imperatore, Napoleone III. Il loro fine era quello di rappresentare Opere italiane, per lo più in lingua originale, in uno stile esemplare, con una generazione di ritardo. Vi passarono tutti, dai sommi (Rossini, Donizetti, Bellini, Mercadante), a ogni genere di minori. Si capisce, perché Parigi era considerato il centro del mondo, persino sotto un Re despota, incapace, furbastro e ignominiosamente deposto come Luigi Filippo. Naturale che un altro Sommo, Verdi, ne venisse attirato. Ne tratta un libro di grande importanza: Verdi e il Théâtre Italien di Parigi (1845-1856) di Ruben Vernazza (Libreria Musicale Italiana, 2019, euro 25). Ma Verdi era un’altra cosa. Aveva per culto l’assolvere le proprie obbligazioni; ed era inesorabile nel pretendere l’assolvesse la controparte. Di più: la sua altezza quale compositore venne così presto e così unanimemente riconosciuta (a parte il critico Fétis, che verso di lui occupò lo stesso ruolo di “cretino ufficiale” che Sainte-Beuve tenne verso Flaubert): che Verdi poteva permettersi di trattare simultaneamente anche con un teatro assai più grande degli Italiens, ritenuto il primo del mondo e detto in gergo l’Opéra, ossia l’Académie Royale (poi Imperiale) de Musique. Infatti agli Italiens non piaceva. Fino al trionfo del Trovatore del 1854, mentr’egli ne preparava un’edizione in francese per l’Opéra.

   Or quello di Vernazza non è solo un bel libro di storia della musica. L’Autore si è dovuto immergere nel fango di ricerche defatiganti e umilianti, fatte sui luoghi. S’è occupato di strozzini, di cessioni del credito e del debito, di ufficî esercitati per interposta (talora incerta) persona, di corridoi ministeriali, e simile lordura. Balzac morì assai presto, nel 1850; ma non solo le sue opere anteriori, anche quelle successive al 1840, dipingono un mondo: per capire il quale, prima di leggere il libro di Vernazza, occorrerebbe conoscere tutta la sua opera, come certo il mio giovane collega Ruben ha fatto. Il quale s’è dovuto anche procurare un’istruzione tecnica su di una materia allora (e per molto) fluttuantissima come il Diritto d’Autore.

   Anche stavolta Verdi fa la grandissima figura di chi possiede tutti i pregi degl’Italiani senza averne i difetti. Una roccia, come Virgilio e Michelangelo. Al Théâtre des Italiens tutti, nell’alternanza dei ruoli, dovettero maledire il giorno che l’avevano conosciuto. Eseguivano le Opere secondo il gusto dei cantanti e del pubblico: ti arriva uno che pretende un’interpretazione precisa del suo testo, a volte costretto a dirigerlo di persona, perché a Parigi nessuno era capace. Altro che Rivoluzione del 1789!

   Una confessione: con quest’articolo tento di sgravarmi la coscienza, dal momento che il mio Verdi a Parigi era in terze bozze quando quello di Vernazza uscì. Non potetti farne menzione e nemmeno leggerlo. Mi sarei chiarificato la vista come con un miracoloso collirio. Mi son dovuto accontentare di Balzac e Flaubert.

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