Qualche tempo fa, il Sommo Pontefice ha reso noto che la Chiesa guarderebbe con occhio clemente un legislatore il quale attribuisse alle coppie omosessuali una tutela (quale?) così così come la garantisse alle cosiddette “coppie di fatto” eterosessuali. I divorziati non trascorsi per un annullamento rotale, e così via. Lo ha fatto non attraverso un documento, ma un’intervista a un settimanale: che dal punto di vista giuridico vaticano altro non è che l’espressione di un parere di uno, pur pregistosissimo, dei tanti.

   Questi preti sono bravissimi nel girare la frittata giusta convenienza. Solo pochi decennî fa i più saggi e più dotti dei Monsignori sostenevano: l’omosessualtà è un peccato mortalissimo, imperdonabile, soprattutto se inquadrato in un’unione la quale al peccatore facesse manifestare il proposito della fermezza e della durata nel tempo. L’omosessuale che invece fosse (per istrada e simili) caduto una tantum in tentazione, per poi pentirsi – e ripentirsi con il Sacramento della Confessione – cadeva in un peccato, nella scala, di minor gravità. La condanna di tale comportamento risale, peraltro, nemmeno al Vangelo, quanto piuttosto dalle veementissime prese di posizione delle Epistole paoline, di San Giovanni Crisostomo e di Santa Caterina, che decretano la consumazione dell’atto contro natura il più grave della scala dei crimini contro Dio. Adesso si propende per la via opposta: ma i buoi sono già scappati dalla stalla e di clienti ne restan pochi, per lo più in provincia.

   Vengo ora a un caso attualissimo e popolarissimo, quello dell’attore Gabriel Garko. Premessa: non lo conosco come non conosco nessuno del suo ambiente. Procedo per quelle che il Diritto chiama presunzioni. E ho anche colpe nei suoi confronti. Negli anni del passato ho scherzato su di lui, tanto mi pareva ridicolmente improbabile che non appartenesse al vasto ambito dei maschi attratti dagli altri maschi – cosa, che a mio vedere, non appartiene affatto all’ambito di ciò ch’è contro natura. Era difficile, pur se ribadisco di aver sbagliato, non sfottere un così palese ed effeminato omosessuale che ribadiva di avere profondi amori femminili.

   Glieli avevano procurati, questi amori, e imposti,  i suoi padroni, agente, produttori, ufficio stampa. Ai quali doveva obbedire – per un complesso di motivi non solo di carattere economico – perinde ac cadaver. Or Garko fa un’accorata confessione televisiva, fa il suo coming out: commosso e commovente, pur se diciamo, come un annuncio a tumulazione avvenuta. È omosessuale, lo è sempre stato, e ora ha un profondo legame d’amore con un ragazzo di Torre Annunziata che scarica i bagagli alla Malpensa. Le mie presunzioni dicono: i padroni dello sventurato Garko hanno deciso che il loro tutelato (ossia la loro cosa) era un po’ in ribasso, che come prodotto rendeva meno, e che serviva dunque creare un fatto clamoroso che lo riportasse al centro dell’attenzione. Hai fatto la “velata”? basta, devi essere l’eroe del coming-out. Ma non limitarti a questo: creati una vera storia d’amore (pur essa fabbricata da noi) che t’inquadri nella categoria piccolo-borghese dell’omosessuale che ha famiglia e vincolo basato sull’amore. Il Papa e la Casalinga già si estasiano all’idea della coppietta che al supermercato fa la domenica la spesa per tutta la settimana. Garko è stato dunque, per la seconda volta, reificato, reso una cosa alla quale si negano volontà e sentimenti. Peccato d’incomparabile gravità, se Dio esistesse. Non so se abbia Garko la forza di vergognarsene, pur non potendo impedirla, la reificazione. Ma non ci scherzo più sopra. Se fossi in lui, direi: sono omosessuale, vado per istrada, e mi scelgo dieci ragazzi al giorno come mi piace. Ma non può. Si tratta, invece, di uno sventurato privato dello stato di essere umano da parte d’interessi, in teoria opposti, di fatto coincidenti. Non voglio esprimermi sul cosiddetto “fidanzato”: tutti dobbiamo campare. Ma per lui, Gabriel Garko, provo solo tenerezza e pietà.