Libero, 24. X. 2020

   Un gruppo di miei fraterni amici milanesi ha fondato una nuova casa editrice che s’intitola Settecolori. Una di quelle scelte possibili, a questi lumi di luna, solo ai pazzi e ai santi: tanto più che a guardarne il catalogo, a partire dal 2021, si resta pieni d’ammirazione sia per il coraggio che per la raffinatezza delle scelte. Il nome della casa editrice, prima francese che italiano, richiede una spiegazione storica, anche perché così si arriverà al motivo di questo intervento. Robert Brasillach è stato uno dei più geniali e avanguardisti scrittori francesi tra le due guerre e fino al 1945. Era di estrema destra e ammiratore del Terzo Reich: ma per estetismo, non per convinzione politica criminale. Infatti ebbe il privilegio di essere condannato a morte e, pertanto, di divenire un martire: condannato non perché avesse commesso alcun crimine, ma solo per aver espresso idee: poi risultate sconfitte. Ben vero, tutti gl’intellettuali francesi, con un nutrito tasso di antifascisti – il che la dice lunga sulla differenza fra gli antifascisti francesi e i nostri, ai quali occorre mettere sempre le virgolette – insorsero contro tale condanna. La risposta di chi lo mandava a morte fu agghiacciante, perché da sola esprime il marchio della tirannide: si agisce non in nome del Diritto, in nome della Giustizia. Neanche sotto la civiltà sumerica si sarebbe osato pronunciare un siffatto principio.

   Or Les sept couleurs è un geniale romanzo proprio di Brasillach, che stravolge sia i generi che gli strumenti letterarî, adopera la tecnica del cinema nella narrazione, passa dall’epistolografia al racconto. Il romanzo ha un sol difetto, e non lieve. Tratta di travolgenti amori: non so se l’Autore avesse mai toccato una donna, ma tutti sanno che a Brasillach piacevano i maschi: nel suo coraggio, non ne faceva mistero alcuno, onde spiaceva anche a quella parte politica che avrebbe dovuto essere la sua. E se si facesse il catalogo degli omosessuali di destra ed estrema destra non la finiremmo più; ma perché, ripeto, l’estrema destra li attirava per motivi estetistici. (Beninteso, il caso Brasillach non va così banalizzato: egli ha scritto anche un bellissimo saggio su Virgilio che ha tutta la severità del vero classico.) Ma, certo, se rivediamo Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con tutti quei ragazzi biondi che si spogliano e si immergono nelle acque ghiacciate per le loro abluzioni, e poi le adunate del Congresso di Norimberga, un povero ricchione che poteva fare? Già lo condannavano quelli dello schieramento Dio-Patria-Famiglia, almeno il neo-paganesimo gli consentiva d’essere se stesso…

   Dunque, una casa editrice in omaggio a Brasillach. Benissimo; e coraggioso. Ma qui entro io con un tutt’altro discorso, che riguarda il cognato del martire. Si chiamava Maurice Bardèche ed era anche suo intimo amico; professò le medesime sue idee, e lo fece fino al 1998, non essendogli toccata la fortuna della condanna a morte. E fu anch’egli, sia chiaro, un grande scrittore. Adesso mi assumo la parte dell’advocatus diaboli e consiglio ai miei amici di non tradurre per le loro edizioni un titolo di Bardèche che, peraltro, sorprende non sia stato volto nella nostra lingua da qualcun altro. Attesone il valore intrinseco, l’unica spiegazione di una traduzione mancata è una damnatio all’Autore di carattere ideologico.

   Parlo del valore di uno Scrittore e di un suo libro, e al tempo stesso sconsiglio di tradurlo? Ho il dovere di spiegarmi.

   Il volume in questione, assai ampio (390 pagine in ottavo grande) è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 da – guarda caso – Les sept couleurs, poi, in edizione rivista, nel 1988, da una casa editrice dal nome del pari fatidico, La Table Ronde. E s’intitola Flaubert. Ora qualcuno dei miei lettori può darsi sappia che nel campo della narrativa ho tanti amori ma una sola adorazione bipartita: Manzoni e Flaubert. Ho scritto, per esempio, di Thomas Mann, che giudico inferiore ai due giganti; ma non oserei mai poggiare le zampe su di loro. Però di Flaubert so tanto da poter spiegare la diffidenza ispiratami dal libro di Bardèche, e anche da lodarne i pregi.

   Sovente gli Autori di destra scrivono di getto; manca loro la rifinitura; e cadono talora in errori materiali dovuti a superficialità di documentazione. Bardèche è un prodigio nel senso contrario. Non c’è carta, o pagina di taccuino, che ignori. Di ogni opera spiega la genesi e ne racconta le versioni scartate, talune delle quali possibili e pregevolissime. Di più, racconta con una vastità non posseduta, a mia scienza, da altri Scrittori tutte le opere che il genio di Croisset progettò senza mai scrivere. Le analisi delle singole opere posseggono gran tratti d’intelligenza e di finezza letteraria. A un certo punto del libro mi sono accorto ch’esso non è stato concepito come un’introduzione al Sommo, bensì per lettori smaliziatissimi che del Sommo posseggono perfettamente le opere. Ma questo non è un difetto; è solo una caratteristica che fa del libro un’opera di autentica critica.

   Quanti anni avrà messo Bardèche a scrivere il Flaubert? Credo molti, non fosse che per la incredibile mole degli studî documentarî, che comprendono anche lo sterminato epistolario (in Italia credo di essere uno dei pochi che l’ha letto per proprio piacere). Ma non si spendono anni di fatiche, non si spandono fiumi d’intelligenza, per dedicarsi a qualcuno che ci è fondamentalmente antipatico. Bardèche è sempre all’erta, come un insonne cane da guardia. Oserei dire che, più di analizzare le opere del Normanno, le dissezioni, animato da un freddo furore di trovarvi ogni volta la tabe nascosta. Lo accusa di magniloquenza, enfasi, incapacità di trovare caratteri invece che solo manichini, effettacci, in Salammbô: ch’è, secondo me, il più grande romanzo storico mai scritto insieme, o, se vogliamo, dopo, I promessi sposi. Hérodiade è il terzo dei Tre racconti, ma la prospettiva ond’è contemplato il mondo antico è parimenti precisa e al tempo stesso vertiginosa. Gli sfugge invece, in quest’epopea ispirata da Polibio e svolgentesi a Cartagine tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, quel che salta agli occhi di tutti: Flaubert è stato sì un grande puttaniere, ma la sua ossessione – segreta eppur ostesa in queste pagine – è il corpo maschile concepito in modo sadomasochistico. Le battaglie, e ancor più la scena del banchetto dei Mercenarî nei giardini di Amilcare, con che si apre il romanzo, lo dichiarano nel modo più palese. A Brasillach certo non sarà sfuggito; ma forse i due cognati avevano pudori nei loro dialoghi.

   Flaubert era lentissimo nel lavoro ed era ossessionato dallo scrupolo della precisione nei particolari: L’educazione sentimentale si svolge sotto Luigi Filippo ma fu scritta negli ultimi anni di Napoleone III; ond’egli si documentò storicamente allo stesso modo che aveva seguito coi Cartaginesi di un’epoca favolosamente lontana: e sì che sotto Luigi Filippo egli era vissuto. Ciò induce Bardèche a sminuire i due grandi romanzi “borghesi” siccome creature un po’ stentate, scritte faticosamente pagina dopo pagina, senza quel getto unitario che caratterizza, secondo lui, Stendhal e Balzac. E invece, Madame Bovary e L’educazione non sono solo tra i più grandi documenti storici mai scritti: c’è dentro un’intera epoca; sono anche fra le più potenti insieme e sottili analisi del cuore umano mai concepite.

   Bouvard e Pécuchet può avere i suoi difetti, anche per essere un’opera incompiuta che non sapremo mai quale via avrebbe intrapreso. Bardèche ha giuoco facile a demolire l’ultimo romanzo; chissà quale meraviglia sarebbe stato quello sulle Termopili, che Flaubert aveva sognato. L’unica creazione del Normanno che il nostro critico ami fino in fondo è La tentazione di Sant’Antonio; e, ciò che favorevolmente sorprende, nelle tre diverse versioni, là ove la critica giudica la prima poco più di una fantasticheria puerile. Ebbene, non ci si crederà, ma questo capolavoro non è oggi disponibile da noi sul mercato: si trova solo, usato, su internet, perché qualche decennio fa una piccola casa editrice fece il generoso tentativo di tradurne la terza versione, e solo quella. Agli amici della Settecolori dico allora: non pretendo che pubblichino in volume le tre versioni, ma almeno la terza, la più breve. Ma solo a condizione che trovino un traduttore confessato e comunicato, il quale, oltre al francese e all’italiano, conosca le sottigliezze della barbarica teologia del IV secolo, la filosofia antica, la mitografia e abbia letto il Gibbon – capolavoro dal quale imparerà chi fosse il vero Sant’Antonio Abate, feroce capobandito egiziano. Tra i ragazzi, dal marasma della generalizzata imbecillità, sorgono ogni tanto sorprendenti talenti. Chi sa se ne trovassero uno in grado di far contenti sia Bardèche che me.