Il Fatto Quotidiano, 24. IX. 2020

Quanno nascette Ninno (Quando nacque il Piccolino), trasposizione ideale dell’Adeste fideles, è la canzone natalizia, in napoletano, di un Santo amabilissimo, Alfonso de’ Liguori. “La lingua vernacolare napoletana che, con quest’opera, per la prima volta viene adoperata nella scrittura di canti religiosi, lo ammetto, è stata il mio cruccio più doloroso. Infatti il napoletano è una lingua e non un dialetto: ha le sue regole, le sue erudizioni, la sua scienza, le sue intemperanze, la sua storia plurisecolare migliore e più nobile delle storie degli altri dialetti che, per il fatto d’essere tali, non gli si confanno essendo lingue abortite. Il napoletano – per la stessa sua natura primaria, per la sua recondita meraviglia immaginifica, per la sua intoccabile nobiltà retorica, per il suo poderoso vocabolario, per la sua dovizia di espressioni e, soprattutto, per la sua inarrivabile carica emotiva e spirituale – è una lingua intraducibile.” Non si potrebbe dir meglio. La citazione viene da un libro di gran valore dedicato al Natale e al Presepe: Abbassato in un antro è ‘l Paradiso, di Alessandro Basso, pubblicato dalla editrice salernitana Operaedizioni. E il libro lo posseggo perché, in occasione di una mia lezione di luglio a “Salerno Letteratura”, ora diretta dal carissimo amico Gennaro Carillo, l’autore mi si presentò donandomelo con una dedica molto lusinghiera.

   Scrivere di Presepî napoletani è una delle occupazioni più poetiche esistenti. Or il Basso è un ferventissimo cattolico; ma non altera la storia e i fatti. Onde non si oppone a chi, come me, sa che il Presepe napoletano è quanto di più pagano e antimetafisico esista. È una celebrazione della vita quotidiana: il protagonista è il popolo napoletano. Se si guarda il più bel Presepe del mondo, quello donato dal Cuciniello e oggi allocato presso il museo della Certosa di San Martino a Napoli, ci si accorge che il cibo, le taverne, la banda militare accompagnante i Re Magi, e il loro corteo con nani che tengono a catena molossi e levrieri, hanno assai maggior rilievo che il cosiddetto “Mistero”, ossia la grotta nella quale la Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello, adorano il Divino Infante. Nel Presepe Cuciniello, peraltro, non v’è più grotta: il simbolo è che la rovina di un tempio romano viene revocata nel nulla dalla nascita del Bambinello: ma, ripeto, è simbolo contraddittorio, sebbene centrale di tutto per la coscienza cattolica, per il prevalervi del culto della vita.

   Ricordo che il Cattolicesimo è assai più sincretista del Cristianesimo evangelico. Uno dei più grandi Imperatori, Aureliano, fissò al 26 dicembre (siamo sempre in area solstizio) la festività del Sol invictus, la più grande delle divinità. Già il re egizio Akhenaton aveva rovesciato il tradizionale pantheon, collocando Aton, il Sole, al vertice di esso pantheon. Il Cattolicesimo non si spaventa per nulla di raccogliere un’eredità pagana, essendo esso stesso, a differenza del cristianesimo evangelico e paolino, in gran parte una restaurazione dell’abbattuto paganesimo. Tutte riflessioni, quelle da me esposte, scaturienti dalla lettura delle pagine di Basso, che ringraziamo.

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