Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2020

   Franca Valeri si chiamava in realtà Norsa. Era ebrea, come Medea Norsa, la sventurata papirologa che alla morte del suo maestro Girolamo Vitelli venne perseguitata e morì sola e miserabile. Il nome d’arte Valeri le viene dalla sua ammirazione per Paul Valéry, il sommo poeta e saggista autore del Cimetière marin: e ciò basta a dare idea dell’altezza della sua cifra. Franca era nata nel 1920; il trentun luglio ha compiuto cento anni; e pochi giorni dopo, il 9 agosto, ci ha lasciato. Una cosa commoventissima che si è appresa dalla figlia adottiva è la seguente: ella ha disposto un forte lascito a favore di un ospizio per cani abbandonati. Come Totò, che ne aveva creato e coltivato uno. Con Totò il rapporto più intenso è Totò a colori.  In questo film Franca campeggia: nell’episodio caprese interpreta la Signorina Snob e il suo Teatro dell’Assurdo trapassa nel surrealismo e nella metafisica: solo Ionesco ha fatto di meglio. Il diario della Signorina Snob, ripubblicato da Lindau nel 2003, è del 1951: primo libro della Franca, è illustrato da Colette Rosselli, la moglie di Indro Montanelli di origine napoletana, donna d’intelligenza ed eleganza straordinarie, in uno stile arieggiante Novello, il più grande caricaturista italiano: tra lui e Grosz non c’è che un passo. Una reincarnazione, pur essa milanese, della Signorina Snob, che non riesce nemmeno a far ridere, è Ilaria Borletti Buitoni, degno sottosegretario di Franceschini.

   La Signorina snob è una silloge di tutte le sciocchezze, le fissazioni, le ridicolaggini, le prepotenze, della borghesia milanese in particolare e italiana in generale. Quanto più Totò si manifesta ridicolo, tanto più le piace; porta un cagnolino di pezza attaccato al braccio destro e quando lei lo contraria lui esclama: “Ti faccio moddere, sai!” Lei dà l’accenno a un canto corale blues e Totò ne assume la guida, piange e fa piangere suonando una campanella e invocando “Babbo! Babbo!” come a un’esequia.

   La Valeri ha creato altre inimitabili macchiette, delle quali le più importanti sono la Sora Cecioni e Cesira la manicure. Queste sono invece un emblema di uno strato fra il proletario e l’infimo borghese, il quale pure possiede fisime e illusioni, e di fronte a se stesso si identifica meglio, il pallone essendo meno gonfiato. Le sue espressioni e maschere facciali, i suoi toni di voce, sono irraggiungibili. Sono certo che nessuno abbia interpretato meglio di lei La voix humaine di Cocteau: il dramma della donna abbandonata, sia tragico che ridicolo, risuona nelle sue corde.

   Di Franca Einaudi ha pubblicato l’aforistico La vacanza dei superstiti (e la chiamano vecchiaia), pur esso concentrato d’intelligenza. Dal Diario: “Ieri mentre scrivevo giacendomi annoiatissima mi telefona un’ignota di mia conoscenza: ‘Senti, vieni assolutamente, siamo tutti in casa di una ragazza balcanica, facciamo una seduta spiritica’. Mi sono precipitata lingua a terra; cos’è stato di bello, da torcersi. (…) Ci siamo piazzati tutti intorno a un tavolino al buio, facendo sforzi orrendi per farlo ballare.”  È sempre la Signorina snob che torna; sto accorgendomi che io in primis, e forse tutti noi, più o meno, siamo Signorine snob. Chi non se ne accorge è un cretino. Di questa donna coltissima, che negli Anni Cinquanta fece anche del cabaret di eccelso livello insieme con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, il cretino sembra essere un nemico: ella ha come un imperativo teologico a combatterlo. Insomma: è stata un genio, e il mondo con la sua morte è diminuito di valore.