Libero, 14.VI.2020

  “Io sò io, e voi non siete un cazzo!” Questa è una celeberrima battuta di un capolavoro di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo, opera piena d’invenzione rispetto ai dati storici da noi posseduti sul “vero” Onofrio del Grillo. Albertone vi recita due ruoli, idea già plautina: il ricco e potente Marchese e un povero carbonaio che gli assomiglia come una goccia d’acqua. La battuta riportata testimonia dell’arroganza del personaggio; a seguire tutto il film gli vediamo una fondamentale bonomia che può anche mettere capo a bontà. Tanti personaggi creati da Sordi sono invece improntati a falsità, doppiezza e soprattutto vigliaccheria. Si veda Totò e i re di Roma, la sola volta che i due si siano affiancati. Sordi è insuperabile nel servilismo verso il potente e nella perfidia verso un povero disgraziato, Ercole Pappalardo, Totò. Questi dipende da trent’anni dal Ministero in qualità di archivista capo, e i superiori gli fanno sapere che se non conseguirà almeno la licenza elementare perderà il posto. In commissione Sordi, leccaculo del Direttore Generale, lo manda facilmente a gambe all’aria; al povero bocciato e licenziato non resta che il suicidio. Questo film ha per registi Monicelli e Steno. In tanti altri films Sordi è implacabile nello svelare quale possa essere la cattiveria dei poveri.

 “Che c’entra, Charlie Chaplin è stato un grandissimo attore, ma Totò era un genio!”. Basterebbe questa frase rubata a un’intervista televisiva per capire l’intelligenza e il livello artistico di questo grande artista. Lunedì 15 cade il centenario della nascita. Quando morì, nel 2003, per due giorni una folla immensa sfilò nella sua camera ardente; e alle sue esequie parteciparono 250.000 persone, quasi quanto a quelle napoletane di Totò.

   Sordi ha fatto di tutto: l’attore, il regista, ha cantato, suonato, ballato. Agli esordî, creò indimenticabili macchiette radiofoniche, I compagnucci della parrocchietta, Mario Pio e il Conte Claro. Dopo la rivista e il varieté, è stato nelle mani dei più grandi registi italiani. Il primo che ne comprese le qualità fu un genio, Federico Fellini, con Lo sceicco bianco e I vitelloni: e già in questo il suo è un personaggio insieme comico e tragico: uno sconfitto della vita. Poi Albertone sviluppò i ruoli perfettamente comici, come il Nando Moriconi, fanatico degli Stati Uniti, ne Un americano a Roma, di Steno.

   I grandi registi compresero ben presto di trovarsi di fronte a una personalità complessa; naturalmente, gli intellettuali disprezzavano lui e sovente loro: mi ricordo come era considerato Steno quando avevo vent’anni. Albertone è stato un attore tragico straordinario; in alcune pellicole principia come comico, poi prosegue attuandosi sempre più tragicamente. Per esempio, ne La grande guerra di Monicelli, ne Un borghese piccolo piccolo, dello stesso, in Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy: tre capolavori. Ma se ne andrebbe un intero paginone a fare il solo elenco dei suoi films.

   Sordi aveva una terza chiave, molto originale. Il piccolo borghese o il proletario romano che si “arrangiano”, a volte con esito felice (Il medico della mutua, di Zampa), a volte infelice (Il vedovo, di Risi). Non si tratta di ruoli strettamente comici: li chiamerei di un “mezzo carattere” realista. Questi personaggi posseggono frustrazioni e angosce. La sottigliezza della sua interpretazione, la maschera facciale tanto mobilissima quanto immobile (che si scorderà come si chiude Detenuto in attesa di giudizio?), il suo impareggiabile scrupolo professionale, giustificano la passione provata dal pubblico per lui e le onoranze a un certo punto ricevute in vita e in morte. Era un uomo solitario: mai sposatosi, mai legato da una relazione, la vita privata la trascorse sempre in famiglia. Lo si diceva avaro: basta leggere una sua biografia per conoscere le sue opere di beneficenza, soprattutto in morte. Speriamo che il centenario gliene porti ancora, di onoranze. E io spero che Albertone sia anche nel cuore dei ragazzi, non solo degli anziani come me. Certi caratteri da lui creati, e che ho tentato di ricordare, sono eterni; e ciascuno di noi può, se non deve, in tutto o in parte identificarvicisi.

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