Il Fatto Quotidiano, 4. VI. 2020

 

Maria Grazia Ciani, filologa classica, è soprattutto grecista. Le sue traduzioni di Omero sono conosciutissime, e sono apprezzate per la limpidezza che scioglie le difficoltà in apparente semplicità. L’anno scorso ha pubblicato un breve e intensissimo romanzo, La morte di Penelope (Marsilio). È una coraggiosa variante del finale dell’Odissea; Ulisse è duro e spietato, tanto che sembra corrisponder più alla poesia di Virgilio che a quella di Omero. Penelope non ha mai, durante la lunga attesa, tradito lo sposo; pure ha scambiato un paio di sguardi con Antinoo, il più bello e volitivo dei Proci. Forse lo desidera in un segreto che tace anche a se stessa. Per Odisseo è già colpevole di tradimento; e quando tende l’arco nel mégaron e si rivela al fatale banchetto, Penelope muore per prima. Omero con un’elegantissima aggiunta dell’inconscio, ch’egli stesso non sospettava esistere.

   Adesso, sempre per la Marsilio, la Ciani pubblica un altro piccolo libro, Le porte del mito (pp. 138, euro 15). È una raccolta di saggi coordinati fra loro, non una silloge di articoli già scritti. Coniuga ancora una volta, questo libro, la limpidezza e la semplicità con la profondità e la difficoltà. Perché quanto più breve, tanto più difficile è tentare il racconto della civiltà greca, del suo senso, di quel che ha lasciato al mondo. Eppure di quante cose questo libro è ricco, tanto che occorre leggerlo più volte per afferrarlo. L’inizio, ossia l’apertura, è dedicato al tema della porta, ossia delle sette di Tebe e della settima, l’inviolata, ove si uccidono Eteocle e Polinice. E all’azione di Antigone, contro la legge: ma una legge ingiusta. Qui principia la coscienza moderna o, se altri vuole, l’idea del diritto naturale.

   La storia della lingua greca, che incomincia – per noi –, dopo Creta e Micene, con Omero. Intraducibile perché troppo più sottile di noi, afferma Foscolo. Eppure proprio a lui si debbono meravigliosi frammenti dell’Iliade, ampi e meditati, sorti dalle angosce del periodo londinese, l’ultimo. Dall’epica nasce il Dramma, o Tragedia: nella lingua e nelle rimodellate forme. Anche su questo la Ciani scrive assai acutamente, sì che il rapporto di filiazione e contrapposizione tra questi due mari è forse il centro del libro. Un bellissimo capitolo è dedicato alle isole epiche all’interno del Dramma, ossia il racconto del Messaggero. A partire dai Persiani di Eschilo è difficile trovare nella poesia qualcosa che lo pareggi.

   Mi ha colpito molto il capitolo sulla nascita della medicina moderna: da esercizio del sacro, con Esculapio, a esercizio della scienza, con Ippocrate – Galeno è giustamente considerato più filosofo che medico. Non dimentichiamo che Asclepio venne ucciso dagli dèi per aver risuscitato Ippolito, il quale si trasferì presso il lago di Nemi, sacro a Diana, venendo venerato col nome di Virbius, ossia “uomo due volte”. Dal Corpus Ippocraticum la Ciani estrae e traduce, pur avanzando tutte le riserve del caso, una cartella clinica, relativa a un giovane di vent’anni che muore in una settimana di un morbo forse contagioso. Non vi sono preghiere, ma osservazioni sulle urine, le feci, la temperatura, il comportamento dell’ammalato. Le porte del mito si aprono anche alla scienza moderna.

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