Libero, 7. V. 2020

 

L’altra notte se n’è andato all’improvviso, sempre per (o “per”) la piaga che ci affligge in questo maledetto 2020, un amico del cuore. Le circostanze della sua fine hanno un carattere di orrore insieme e di sublimità che sconvolge. E ogni volta ci sentiamo più soli. Raffaele Pempinello era stato per anni primario al “Cotugno”, un ospedale per malattie infettive intitolato all’insigne clinico napoletano Domenico. Nato nel 1736 e morto nel 1822, la sua attività scientifica, pubblicata in latino e letta in tutto il mondo, lo rese popolare presso le più alte autorità civili ed ecclesiastiche, le quali felicemente finsero d’ignorare il suo espresso ateismo. Cotugno è uno dei principali fondatori della medicina moderna, avendo dal suo corpo espulso la metafisica. E qui dobbiamo osservare di quali ingegnii fosse allora prodiga la provincia meridionale: di Ruvo di Puglia Cotugno, di Foggia oggi  Giuseppe Conte.  Egli proviene per un lato da Andrea Vesalio (Il De humani corporis fabrica, il primo rivoluzionario trattato di medicina, è del 1543), per l’altro dalla facoltà ragionativa di Galileo. Alla fine del secolo Cotugno aveva affrontato con successo un’epidemia di peste nel contado; e facciamo solo il paragone con quello che la coscienza storica di Manzoni narra di come il morbo s’affrontava un secolo e mezzo prima. Innanzitutto proibendo di ammetterne l’esistenza.  Il maestro di Pempinello era stato Fernando de Ritis, scienziato di fama mondiale e scopritore del nesso patologico tra affezioni epatiche e transaminasi, così facendo compiere passi da gigante alle cure del fegato.

    Le difese naturali del Pempinello s’erano assai affievolite a causa di pregresse malattie, ma egli non esitò un istante a visitare due amici che desideravano un medico “sicuro”. La sua fine fu tanto rapida che le cose andarono così. “Debbo uscire”, disse alla moglie, “ ci vediamo per cena”. Non si ritirava; non si ritirò. La signora Immacolata ne vide ex abrupto al telegiornale regionale il corpo composto su di un letto del “Cotugno” senza che alcuno l’avesse avvertita.

   “Lello” era uomo simpaticissimo, gli occhi percorsi da luci maliziose e da quella che gli pareva una fondamentale sfiducia nell’arte da lui praticata. “Pè mò, vedimmo…. Po’, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, è capace pure ca nce n’ascimmo….”[“Per ora, aspettiamo. Poi, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, forse ce la facciamo… (pensiamo ai clisteri descritti da Molière, grazie ai quali ancor giovane morì Luigi XIII)] Il suo occhio clinico, la sua intelligenza, erano formidabili; ma lo scetticismo napoletano, in braccio al quale nelle ultime ore doveva essersi posto e che rappresentava uno degli elementi fondamentali della sua scienza, non lo abbandonò.

   Faccio un esempio che spiega tutt’e due. Tra la fine del settembre 1983 e l’ottobre 1984 contrassi una severa epatite virale: ed era il mio secondo caso. Pregai lui di visitarmi da solo. Or il caso vuole che io abiti appoggiato alle infime propaggini della collina del Vomero. Per entrarvi da Napoli occorre percorrere una lunga galleria sotterranea e salire in ascensore per decine di metri. Sono ossessionato dalle inopinate visite di scassazazzi e perditempo. Il portiere ha l’ordine rigorosissimo di non consentire l’ingresso a nessuno se costui non si sia qualificato e non sia da casa disposto l’ingrediatur. C’era allora un calabrese sporco, maligno e spione per conto di certi ] faceva “salire” tutti i summenzionati direttamente a casa mia. Verso le 11 del mattino, mentre piangevo nel profondo dell’anima per le splendide giornate di bagni che perdevo, la cameriera mi annuncia “il professore Pempinello”. “Dove sta?” “In sala [“anticamera” ] L’unica visita attesa era “salita” senza ordine. Avevo l’aspetto di un morto: la pelle gialla da far paura. Esplosi in una crisi d’ira: bestemmiando e usando quel che si chiamava “un linguaggio da facchini”. Intanto la faccia di Lello si distendeva in un bel sorriso.

  Avevo una cameriera chiamata Rita, la quale provava per me un odio profondo e malamente celato per esser a da me troppo beneficata, Adesso, salute a noi, pattina sul Cocito. Rivolto a costei, Lello disse: “Nun ve frusciate. Chist’ nun v’o luvate ‘a tuorn’, chist’ nun more!” L’odio glielo aveva letto negli occhi. [“Non fatevi illusioni. (Frusciare, dal latino frustiare. Che begli etimi ha la mia lingua). Questo non ve lo levate di torno, questo non muore!”] L’invincibile ira gli aveva fatto ippocritamente diagnosticare che non abbastanza vis risanatrix naturae s’era ritirata da me per donare l’auspicato miracolo. “Il tuo comportamento contraddice alle analisi….” E lì, una bella risata.

    Una delle sue espressioni predilette alla sua squisita tavola era “mantenimmo  ‘o carro p’ ‘a scesa”: potente metafora, indicante che nulla ci è dato, al medico e al cittadino, se non impedire a un carretto posteggiato su di una discesa, e al quale sono saltati i “fermi”, di precipitare definitivamente. Chi sa quant’è antica la sentenza. Proverrà dalla Grecia e forse, attraverso di lei, dal mondo sumerico. Lello continuerà a  “mantenere ‘o carr’ p’ ‘a scesa”; a me toccherà qualche altro supplizio di Tantalo. Il più brutto è che non potremo nemmeno, ogni tanti milioni di anni, salutarci da lontano. Dice Eraclito, uno dei filosofi che avevano formato Cotugno: “non ci si bagna due volte nella stessa acqua.” Meglio la morte assoluta, Rafè, io pe’ mmò te saluto ccà. Vivrai nel mio ricordo e in quello dei tanti che ti hanno voluto bene; poi, basta, però, non Cocito, il Nulla”