Libero, 25. IV. 2020

Al leggere le rievocazioni su Alberto Arbasino in occasione della morte ebbi l’impressione che i firmatarî parlassero di Foscolo, Leopardi, Manzoni. La verità è più semplice: non di errore si tratta, ma di conformismo e viltà, come del visconte di Dambreuse dell’Educazione sentimentale che, dice Flaubert, “avrebbe pagato per vendersi”. C’era un patto ad eligendum che durava da decennî, intorno all’apparente ingenuo e disinvolto e veridico e anticonformista, come di certi osti del Manzoni, segnatamente quello che fa arrestare Renzo nel sonno di una troppo intensa sbornia.
Pierluigi Battista, il tremulo, dice che non ignorava alcuno dei poeti latini e greci! Da come Arba, arbae scriveva, al massimo avrà letto il Satyricon direttamente in traduzione italiana. Ma Omero, Pindaro, Teocrito, Nonno, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Tibullo – ove di parla anche di come si trattano i giovani coi quali si desidera un rapporto: ragazzi, un po’ di serietà!
“Eravamo entrambi eccentrici e anticonformisti“(Scalfari dichiara pieno di laica commozione. Parla il campione del conformismo; se gli spiegassero che io, miserrimo, sono qualcuno, racconterebbe che in via Veneto mi teneva sulle ginocchia quando avevo ancora i pantaloni corti e mi offriva il gelato. E per la Arba basta vedere il taglio degli abiti, sia “trasgressivo” sia borghese (da buon vogherese doveva andare da un sarto di Voghera o Lodi trasferitosi senza gran fortuna a Roma, solido (certi tweeddoni che parevano coperte da cavallo) e di costi modesti: idem le camicie: meglio sarebbe stato il vestito su confezione; il primo bottone della manica della giacca sbottonato (“non sono un abito su confezione, appartengo alla upper!”, proclamava il particolare); e quelle POCHETTES MULTICOLORE! Se esistesse l’inferno, Arba ci starebbe anche solo per quelle. Riesco a perdonarle solo a Carlo d’Inghilerra, l’ingrato mestiere del quale lo costringe a fingere di essere eguale ai suoi sudditi…. Idem le grisaglie, quando pontificava nei salotti. Di quel tessuto da noi chiamato “fresco di lana” o “quatre saisons”, con la possibilità, a lui graditissima, della “versione fantasia”, di tristezza di impiegato che vuol passare a capufficio e, sovente, secondo me, abiti di confezione. Era solo un piccolo borghese di Voghera; è facile percepirlo quando si è napoletani….
Se qualcuno avanzasse l’ipotesi di un mio “rancore” per tanta opulenza dovuta al fatto (d) che nell’infanzia per mantenermi agli studi – mio padre, come la mamma di Céline di merletti, era venditore di pennini per stilografiche – io facessi il lavorantino seduto sulla banchetta collegante le gambe del tavolo da un non ancor afffermatosi sarto, indi ‘o guaglione, indi ‘o giovene, indi ‘o primmo jouvene, quello con annesso alla carica il privilegio delle consegne a domicilio: ebbene, come troverei tanta spudoratezza da mentire? E poi (Arba, come non ci hai pensato?), ‘o primmo juovene consegnava sovente a orari morti La Signora riposava spossata, e ‘o Signore era particolarmente generoso verso certe “mezze ore” di silenzio interrotto da qualche grugnito – naturam expellas furca, tamen usque recurret. In fondo non era una cattiva vita: ciascuno aveva “riguardo” verso l’altro.
“Andate a Chiasso!”’ : uno dei suoi manifesti intellettuali. Non del Signore: del Grande Trasgressore Letterario. Perché il fascismo e la DC poi hanno impedito che l’Italia letteraria respirasse aria nuova. Come su Gadda, del quale, va detto, fu uno dei rivelatori, e Satta (Adelphi 79 dopo Cedam 77: uno dei sommi narratori del Novecento mondiale) avessero sentito il bisogno di recarvisi ... Lampedusa frequentava Parigi e Amburgo e di Arba avrebbe provato disprezzo. Hanno fatto molto meno i giornali per Sciascia (strano che Arba non abbia vinto il Nobel!). Sciascia non è stato né Nobel né senatore a vita. Era troppo anticonformista e solitario; chissà quanto dovesse essere odiato dalle Vestali dell’antifascismo come Pertini e Scalfari, e dalle loro pipe. Strano che Nobel e laticlavio alla Arba non siano andati: non era abbastanza buonista, e questo gli fa onore.
Lessi nel 1967 Fratelli D’Italia, seconda edizione, Me lo volli far piacere a forza: sedicenne, m’attirava un libro dove si parlava con tanta libertà della vita omosessuale. Da allora non l’ho più ripreso in mano; me ne resta l’impressione che del lato omosessuale ci sia solo il blaterare di recchie di provincia, dal tono insinuante al gridolino isterico. Un ragazzino che quando s’imbatteva nell’integerrimo Papà aveva tema d’incrociarne il troppo penetrante sguardo, un ragazzino ricco d’una vita erotica già sviluppata in certi luoghi a ciò preposti. Questo ero sedicenne.
I presunti romanzi basati su sillogi di articoli di giornale mi hanno sempre ispirato diffidenza. Ma i colti, gl’intelligenti, dicono che non è più possibile raccontare storie, occorre decostruire e perdere il centro. Ciò è verissimo se consideriamo due fra le sommità del Novecento, L’uomo senza qualità di Musil: e quanto a letteratura omosessuale pensiamo solo a I turbamenti del giovane Törless; e La morte di Virgilio di Hermann Broch. Arbasino viene considerato un esponente del romanzo-saggio, ma pensiamo alle due principali opere di Musil e Broch per ammettere che la differenza con lo scrittore di Voghera non è solo di statura, è anche essenzialmente qualitativa. I due buttano tutto se stesso in opere che sono sfida alla letteratura e alla vita, Arbasino butta sì qualcosa, il fumo negli occhi. E pure Sciascia mescola i generi: è il Maestro incontestato della novella-saggio. Quanto a romanzo-saggio non possiamo escludere, sebbene possegga costruzione artificiosa e “voluta”, Der Zauberberg di Thomas Mann, che andrebbe tradotto La montagna dell’incanto (non incantata). Anche lì, di omosessualità ce n’è finché se ne vuole, come nel successivo, Doctor faustus. Siamo comunque negli alti cieli della letteratura. Io me ne sto a Satta, Musil e Broch.
Poi, non lessi molto di altro. Il SuperEliogabalo: ci cercavo Gibbon, ci trovai Artaud, e tu, Cara Salma, hai voluto metterti in competizione con Artaud….
Poi c’era l’intollerabile peso degli articoli su “Repubblica”. Mai terminata la lettura di uno solo.
Fra i connotati nuovi, volti a decostruire e rovesciare il romanzo, l’enumerazione e la pletora di citazioni che prendono il posto della storia. Or io, a parte i casi sommi sopra citati, dico che un romanzo deve possedere una storia, e rispetto alla Arba valgono assai più gli onesti Agatha Christie e Maurice Leblanc. Ma soprattutto. Proust ne fa un uso un po’ fatuo e compiaciuto: ma stiamo parlando di Proust. L’invenzione assoluta dell’enumerazione e della citazione si deve a Flaubert. Il lettore impaziente salta, ma allora sarebbe bene saltasse l’intero romanzo. In Flaubert i due elementi assurgono addirittura a Weltanschauung, ossia a sentimento del mondo. Non solo contribuiscono possentemente alla costruzione, ma dicono sui personaggi e sulla vicenda in modo possente. Descrivono dall’esterno l’interno della storia e dei personaggi; sono poi un catalogo d’imbecillità costruito per manifestare l’idea (falsi, egoisti, imbecilli) che il sommo narratore si fa degli esseri umani. E si vorrebbe sottrarre a Flaubert una delle sue supreme invenzioni e la sua etica insieme e torbida attrazione per l’imbecille con l’ attribuirla agli squittìi della femmenella di Voghera, piccolo-borghese? Fra parentesi: in Salambbô, il romanzo dal sommo di Croisset dedicato a Cartagine fra la prima e la seconda guerra punica, di omosessualità ce n’è ad abundandum. Ma è di veri uomini, non dei caffè di Voghera, del festival di Spoleto dei primi anni e de’ “salotti” dalla Arba e dai suoi amici praticati. Rispetto ai mercenari di Amilcare la Arba è solo una signorina snob: senza nulla togliere, beninteso, al genio di Franca Valeri.
… Quei perpetui puntini sospensivi …
A me non ha fatti mai del bene, me nemmeno del male: ed è già molto. Una sera lo incontrai alla stazione di Napoli, che arrivava da Roma non so per quale affare, Lo invitai a desinare da me, non aveva impegni. Accettò. A tavola c’era anche un mio amico medico. Non gettò un’occhiata su di un quadro, su di una porcellana, su di un intero servizio cinese da tè acquistato da mio bisnonno. Certo, non ho i saloni del principe Colonnaa: ho delle bellezze disodinateche mi vengono dalla famiglia. Il discorso cadde sulle Guardie Svizzere, “Le Guardie Svizzere sono la panetteria dell’intero Vaticano”, mi scappò detto. Il grande clinico scoppiò a ridere. “Mi scusi, ma non riesco a capire il significato di questa espressione!” E sì che c’era stato nel 1998, l’assassinio del Colonnello e di sua moglie, seguito da suicidio. Il colonnello aveva un rapporto erotico col ragazzino omicida, ma evidentemente a costui non bastava, pretendeva l’esclusiva. Poteva Arbasino ignorare un episodio sul quale avevano scritto i giornali di tutto il mondo? Mi venne il sospetto che la sua omosessualità fosse uno dei tanti mezzi coi quali la Arba si metteva in vista. Magari era un cripto-eterosessuale; ma con tali aspetta da recchia piccolo-borghese che alla fine si trovava un’unità. Non si rese conto che ridevamo di lui. Non era colpa sua. Colpa di coloro che l’avevano fatto credere un genio.
Gran parte della sua produzione fu giornalistica (si veda il libro Marescialle e libertini) Di musica capiva meno dei cazzi che pretendeva aver ricevuti. Andava solo alle “prime” seguite da cene nelle case dell’aristocrazia dove ambiva esser ricevuto, Osò persino fare una regia “trasgressiva” della Carmen, una delle prime. Quanti anni di Purgatorio gli toccheranno per un – facillimo - peccato simile? Io, se esso esistesse, con Origene, crederei che l’Inferno cesserà di esistere alla finis temporum, e tutti verranno perdonati. Chiederei un’eccezione per me: restarvi per sempre con Giordano Bruno piuttosto che vivere in Paradiso con tante Anime Celesti, fra le quali non solo la Arba, che vorrebbe entrare nel loro esclusivo circolo, ma anche i cardinali e santi Santori e Bellarmino, che ottennero la condanna al rogo del filosofo.
Infine: quanto a identificazione fra vita e arte, lasciamola a Byron, Keats e Shelley. Hanno pagato un prezzo altissimo, il più alto, per realizzarla. La Arba, ha pagato un’intervista a Scalfari ove viene incensato per una malafede partita dall’errore e dall’interesse mondano.