Libero, 12. III. 2020.

Per molti anni, nella fase iniziale della sua carriera, il maestro Leone Magiera è stato dai superficiali considerato “il signor Freni”, allo stesso modo che il maestro Richard Bonynge è stato visto come “il signor Sutherland”. Nessuno avrebbe pensato a chiamare Clemens Krauss “il signor Ursuleac”; e questi due musicisti, diversissimi quanto a cultura e caratteristiche, hanno in realtà plasmato le loro grandi allieve e, per processo simbiotico, le hanno poi sposate. Bonynge restò con Joan finché ella è vissuta; Magiera molti anni fa divorziò dalla compianta Mirella per trovarsi un’altra compagna di vita. Dei matrimoni artistici conviene in genere diffidare, il rapporto di coppia potendo essere, in ispecie agli occhi del mondo, sbalestrato. Conta più Galatea di Pigmalione.

   Magiera, ottimo pianista e direttore d’orchestra antidivo, s’è  svincolato dall’immagine della sua più celebre allieva. È stato l’insegnante anche di Luciano Pavarotti, e certo a lui dobbiamo se l’ignorantissimo cantante all’inizio possedesse quel timbro squillante, quell’emissione morbida, quella meravigliosa articolazione della parola: a lui, che ha aiutato la Natura.  Il resto che gli mancava, troppo, glielo avrebbe dovuto dare Iddio e nella sua avarizia non volle. Poiché mi sto occupando di un fresco libro di Magiera (Karajan. Ritratto inedito di un mito della musica, La Nave di Teseo, pp. 265, euro 18), osservo subito che chi venne onorato dall’amicizia di Herbert von Karajan non può essere né un musicista né un uomo qualunque. Magiera appartiene alla vecchia razza dei maestri di canto esperti nella tecnica vocale e soprattutto del rapporto fra parola e parola intonata, ossia musica, che poi nei grandi, secondo l’insostituibile definizione di Verdi, diviene “parola scenica”. Il maestro che, per un’esecuzione operistica, prepara la compagnia di canto, ha un’importanza appena inferiore al direttore d’orchestra. O almeno era così nell’epoca dei grandi: oggi, scomparsi Nello Santi ed Elio Boncompagni, non saprei indicare se non Riccardo Muti, Mark Ekder e Marko Letonja, oltre Gabriele Ferro,  il concertatore atto a sovraintendere alle prove al pianoforte e poi sintetizzare dal podio il tutto. Magiera venne incaricato da Karajan, tanto per spiegare, di preparargli non L’elisir d’amore ma il Siegfried di Wagner. Oggi in genere il direttore d’orchestra si preoccupa di tenere insieme i cantanti e l’orchestra, e il risultato è che i cantanti, se intonano, emettono un mugolio incomprensibile che costringe nell’opera italiana in Italia a seguire coi sottotitoli. Sovente i cantanti non conoscono il significato delle parole che intonano, gli italiani in italiano, dico, e altrettanto sovente sono laureati. Preferisco la beata ignoranza di Piero Cappuccilli, baritono dalla voce possente ma sguaiato, che, racconta Magiera, non riusciva a comprendere la differenza fra un Sol diesis e un La bemolle, perché sulla tastiera del pianoforte corrispondono a un sol tasto nero. Quando il maestro Siciliani, il sommo direttore artistico, preparò Juan Pons per il Falstaff, lo tenne giorni su “Un’acciuga!”. Oggi il cantante, sia chi sia il direttore, emette quello che ha appreso dal suo tapeur, e non cambia nulla.

   Dal libro di Magiera viene fuori, finalmente, non un Karajan gelido, un ego ipertrofico, un essere attaccato al denaro e all’industria discografica. Karajan, uno dei più grandi concertatori e direttori d’orchestra mai vissuti, era un uomo gentile, generoso, ospitale. Certo, aveva poco tempo per le amicizie, assorbito com’era dalla sua incredibile attività, ma il tempo sapeva impiegarlo ed era assai attento nella cernita. Il suo rapporto con Magiera non era solo professionale: la stima reciproca (Magiera lo adora, giustamente) mise capo ad amicizia. È delizioso vedere Karajan a tavola, sorseggiando il Châteauneuf-du-Pape (quanto meglio per lui se avesse conosciuto certi rossi campani vulcanici che battono qualsiasi vino francese!) e divertendosi anche ad ascoltare i pettegolezzi de coulisse, i retroscena teatrali dei quali era ghiotto. Vengono fuori una serie di episodi che ricordo benissimo pur se dall’esterno: ma poi il maestro Siciliani me li raccontò colla massima precisione. Quando Carlos Kleiber (che Magiera, giustamente, non considera affatto accostabile a Karajan, come molti fanno; idem Bernstein….. e quanto sana concezione della musica in questo) protestò il baritono Bruson. Era un famoso Otello, e poche volte s’era visto un Jago più imbarazzato, sfiatato sul “passaggio” e coll’eterno “catarrino” a partire dal Re. Non sapevo delle maniere forti adottate da costui alla notizia della protesta: un “diretto” sferrato al concertatore, da lui schivato e che prende in pieno Placido Domingo; ma non mi meraviglia, giacché molti sanno che il baritono (saranno trascorsi quarantatré anni) tentò di strangolarmi all’Arena di Verona per aver io scritto che ignorava il solfeggio: col direttore d’orchestra Molinari Pradelli che, bianco come un cencio, cercava d’incorporarsi nella parete…

    Nel libro di Magiera assistiamo anche agli ultimi anni di Karajan, ridotto ad appoggiarsi alla parete per giungere lentamente sul podio: così dopo le operazioni terribili alla colonna vertebrale. Ogni gesto doveva essere una fitta, ma il suo eroismo non defletteva. L’ultimo Parsifal, ricordo, dovette dividerlo in due sere. Meglio un Parsifal diviso da Karajan che uno intero diretto da …. Nome a piacere tra i viventi e molti defunti.

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