Il Fatto Quotidiano, 12. II. 2020.

    Non tutti si rendono conto che il più grande direttore d’orchestra del Novecento è stato il palermitano Gino Marinuzzi, nato nel 1882 e morto nel 1945 di un’epatite fulminante. Era in vacanza sulle Prealpi. L’ultima volta era salito sul podio il 24 aprile, dirigendo al “Lirico” (la Scala, della quale era soprintendente, era stata bombardata), il Don Giovanni di Mozart. Rade restano le testimonianze della sua arte, ma bastevoli a farla intendere. Oggi sono reperibili in due compact che volle raccogliere la Banca Lombarda: sono brani sinfonici, tra i quali l’Ouverture del Manfred di Schumann a un livello mai raggiunto da alcuno. Egli era un profondo umanista, a differenza dei suoi colleghi Toscanini e De Sabata, bibliofilo, ed egualmente versato nel repertorio italiano, tedesco, francese e russo. Poi – ed è ancora in commercio – esiste sotto la sua direzione un’intera Forza del destino, registrata all’Eiar di Torino durante la guerra, che a me sembra la più importante incisione della storia del disco e il modello assoluto dell’interpretazione verdiana. Fu il primo italiano a dirigere il Parsifal quando venne a scadere la privativa posta dall’Autore, a Buenos Aires nel 1913; la sua interpretazione del Tristan und Isolde, che egli diresse circa cinquanta volte, era leggendaria. Le altre sue incisioni viaggiavano in matrice verso la Telefunken e il treno venne bombardato: perdute per sempre. Se ascoltiamo le superstiti, scopriamo un rigore e una raffinatezza, timbrica e di fraseggio, che aprono la strada alla più moderna concezione interpretativa.

   Richard Strauss, quando diresse alla sua presenza a Roma la monumentale Donna senz’ombra, gli disse: “Caro collega, credevo di conoscere la mia Opera, ma l’ho imparata da Lei!” Il suo culto, che celebro da decennî, è uno degli scopi della mia vita. E incominciò per me per caso. Quando il grande Francesco Siciliani era a capo delle (allora!) quattro orchestre sinfoniche della Rai volle ricordare Berlioz nel 1969, centenario della morte: e compì l’impresa unica di far eseguire gli opera omnia di un supremo Maestro ancora sottovalutato. C’erano direttori come Prêtre e Colin Davis. Gli domandai quale delle esecuzioni lo avesse soddisfatto di più. “Forse L’enfance du Christ diretta da Seiji Ozawa…”, rispose. “Ma se penso a quella diretta da Marinuzzi a Perugia nel 1938, tutti scompaiono!”

   Or Marinuzzi è anche un sommo compositore, e questo è ancor meno conosciuto. La sua Sinfonia in La, scritta sotto i bombardamenti a Milano nel 1942-43, è una delle più importanti del Novecento, e mostra non solo una suprema arte dell’orchestrazione, ma un’arte della metamorfosi e combinazione contrappuntistica di temi e motivi, ricorrenti in tutti i movimenti di essa, che pochi hanno raggiunto nella storia. Non a caso, in una lettera in mio possesso, egli giudica Bach il più grande dei compositori. Combina quest’arte con un senso modernissimo dell’armonia e del ritmo, inserito, quanto alla prima, tuttavia nella cornice tonale. Al teatro musicale si dedicò da giovanissimo con Barberina, una raffinata Commedia di Alfred de Musset, poi con la terribile Jacquerie (la rivolta dei contadini francesi nella Francia trecentesca), che sconcertò per la sua audacia un compositore d’avanguardia come il suo amico Puccini. Infine, dopo aver lasciato il Teatro Reale dell’Opera, che si era sviluppato sotto le sue mani, alla Scala, ove diventò direttore artistico nel 1932, battezzò l’anno successivo Palla de’ Mozzi che poi diresse anche all’Opera di Stato di Berlino e per l’ultima volta al Reale dell’Opera nel 1942. Da anni tentavo di far riprendere questo capolavoro, e solo l’intelligenza di Mauro Meli ha trasformato il mio sogno in realtà. Purtroppo Meli ha lasciato il posto di direttore artistico al Teatro dell’Opera di Cagliari poco prima che, in questi giorni, Palla de’ Mozzi vi andasse in scena, e non ha potuto raccogliere il premio delle sue fatiche.

   Su testo di Giovacchino Forzano, narra la storia di un feroce condottiero, successore di Giovanni de’ Medici al comando delle Bande Nere. Con lui combatte il figlio Signorello, poco più che adolescente: il quale, benché valorosissimo, odia la guerra e il sangue e vorrebbe espiare col suo sacrificio le colpe del padre. Conquistano per conto della Repubblica senese dopo lungo assedio il castello del Montelabro. Signorello, a prezzo della vita, fa fuggire il castellano: gli altri capitani sono stati corrotti dalle ricchezze profuse dalla di lei figlia. Prima di partire per Siena e della fuga del Montelabro, Palla lascia costei ai capitani perché la violentino a loro talento. Ma la richiede Signorello. L’ottiene al fine di rispettarla, e tra i due giovani nasce un amore puro. Al ritorno, Palla condanna a morte il figlio. Di fronte alla ribellione dei soldati, egli si uccide “per salvare il suo onore”. Signorello annuncia alle truppe che intende dedicarsi al sogno di Giovanni, più o meno storicamente vero, la creazione di una Patria italiana.

   L’arditezza dell’armonia è stemperata da un’arte sempre suprema dell’orchestrazione, che si apre e chiude come nuvole. L’arditezza ritmica di alcuni passi – in primis quello dei capitani che si disputano ai dadi Anna Bianca – raggiunge quel che Prokofiev e Sciostakovic avrebbero realizzato se fossero stati grandi quanto Marinuzzi. Ampi e sereni interludî orchestrali si giustappongono a una sorta di Sinfonia bellica (inizio del II atto) di violenza espressionistica. Tale Interludio viene nell’ethos ripreso nel Baccanale della Sinfonia in La, e assevera la mia interpretazione ch’esso sia dedicato agli orrori bellici. L’efflorescenza melodica è larga: il duetto d’amore fra Lorenzello e Anna Bianca, ispirato insieme al Parsifal e a Strauss ma affatto originale (Signorello è in parte figura parsifaliana, giacché redentore coll’offerta del suo sangue), è una pagina miracolosa. Una Passacaglia getta un ponte fra Bach e Sciostakovic, raccogliendo anche l’esempio di Webern e anticipando Dutilleux, ambedue ignoti a Marinuzzi. Gli ultimi accordi di Do maggiore sono fra i più luminosi e meglio strumentati della musica. La partitura mostra anche una cultura musicale sterminata ed è, cosa non rara nella musica del Novecento, come una sintesi di tutta la storia della musica. I Maestri ai quali più mi sento di accostare Marinuzzi per ethos stilistico sono due altri sommi, Enescu e Szymanowski.

   La ripresa del capolavoro è stata un avvenimento musicale d’importanza mondiale. Ma non dovrebbe limitarsi, visto il successo, al primo tentativo. I teatri che dovrebbero riprenderla sono la Scala, il Massimo di Palermo, l’Opera di Roma, il Maggio Fiorentino, il Colón di Buenos Aires, l’Opera di Stato di Berlino: quelli a lui più legati. A Cagliari, nell’ottima compagnia di canto, svettavano Elia Fabbian, Leonardo Caimi, Francesca Tiburzi (quelli da me ascoltati: c’era anche una compagnia alternantesi nelle recite quotidiane). Sul podio, un grande direttore italiano che per Marinuzzi tanto ha fatto, a cominciare da un’esemplare incisione della Suite Siciliana e della Sinfonia, Giuseppe Grazioli. Questo è stato il punto più difficile da osare della sua carriera: della difficillima partitura egli dà un’interpretazione rivelatrice, che verrà anche incisa.

www.paoloisotta.it