Il Fatto Quotidiano, 8. I. 2020

 

Pochi giorni fa, il 29 dicembre, è caduto il centenario della nascita di Roman Vlad, morto a Roma nel settembre 2013. Vlad è stato uno dei grandi uomini di cultura a partire dagli anni Quaranta, soprattutto in Italia: è stato uno dei domini della vita musicale e della cultura musicale. Per capire l’uomo, al tempo stesso romano e cosmopolita, occorre rievocare un’epoca che non esiste più e della quale in buona parte si è perso il ricordo. Il meraviglioso Mondo di ieri di Stefan Zweig è una rievocazione alla quale pensare, ma attinente per lo più all’ambiente ebraico di Vienna prima dell’invasione nazista. Qua ci troviamo in un campo analogo e più vasto.

   Nacque a Cernauti in Bucovina. La Prima Guerra Mondiale era appena terminata, e una serie di confini e Stati artificiali sconvolse un secolare equilibrio con le devastanti conseguenze che sappiamo. Roman passa ufficialmente per romeno, ma se fosse nato solo cinque anni prima sarebbe stato suddito austro-ungarico, come si vede dalle basi della sua cultura. In realtà quella vastissima  zona era fatta di etnie a volte nemiche da secoli, ma per lo più atte a una convivenza e una penetrazione reciproca con straordinarî risultati. Nobile per ambo le parti, Vlad aveva qualcosa di polacco, di ucraino e di ungherese, oltre che di romeno. Così si può capire come fosse uno straordinario poliglotta; il suo italiano era perfetto e raffinato, con una lieve patina esotica che non avresti saputo identificare. Così si può capire come un ragazzo diciannovenne, solitario in un corridoio del Conservatorio di Santa Cecilia (s’era già diplomato nel suo paese), riflettesse mestamente su di un suo incerto futuro, visto che i posti erano tutti assegnati, in mano alcune partiture di Schönberg e Bartók. Il felice caso volle che in quel momento passasse Alfredo Casella, e notasse quella musica da noi non ben radicata. Lo porta in commissione, gliele fa eseguire perfettamente (Vlad era un rifinitissimo pianista, e poi compositore), e gli trovano un posto soprannumerario. Furono comunque anni terribili, tra l’occupazione tedesca e i cambi di regime della Romania. Solo nel 1951 divenne cittadino italiano.

   Vlad è stato uno dei nostri più grandi direttori artistici: paragonabile solo a Francesco Siciliani. Ha diretto il Maggio Musicale Fiorentino e la Scala. Riccardo Muti ha tre padri spirituali, Vincenzo Vitale (il “nostro” Maestro), Vlad e Siciliani. Vlad lo assunse al Maggio come direttore musicale senza neanche fargli un’audizione, perché capì quale personalità direttoriale avesse di fronte.

   Di Vlad, al quale ero legato da intenso affetto, non sono stato allievo direttamente: ma indirettamente la mia formazione gli deve moltissimo. La sua cultura letteraria e nelle arti figurative gli consentiva di mettere in rapporto le arti come un unico complesso. Adolescente, ascoltavo coll’attenzione dello scolaro fiducioso le sue trasmissioni alla radio e alla televisione. Senza testo preparato, seduto al pianoforte, affrontava temi fondamentali o extravaganti. Conosceva tutto il repertorio musicale. È stato uno dei migliori amici di Stravinskij: gli era sempre a fianco quando era in Italia, e su di lui ha scritto un libro di capitale importanza. La diffusione della cultura musicale, cinque decennî fa, era assai maggiore di oggi: egli ne è stato uno dei grandi artefici.

   Una sola cosa non sono riuscito a dirgli, perché la scopersi dopo la sua fine; e il figlio Alessio, mio fraterno amico, non voleva crederci finché non ce l’ho portato. La tomba del suo antenato Vlad III, detto “l’impalatore” (1431-1476), principe di Valacchia, si trova a Napoli, nel chiostro della basilica di Santa Maria La Nova: coll’orgogliosa insegna gentilizia del drago a bocca spalancata. Per attirare i turisti la chiamano “la tomba di Dracula”.

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