Libero, 14. IX. 2019  

Né Céline né Borges né Simenon hanno vinto il Premio Nobel. Paragonateli ai vincitori. Il primo era un maledetto, fuggito attraverso la Germania in fiamme per approdare a una Svezia che lo tenne in una durissima prigione per “collaborazionismo coi nazisti”: e se si leggono i tre romanzi di guerra si vede quanto avesse “collaborato”. Il secondo è un aristocratico cultore di Omero e di teologia (la chiama “un ramo della letteratura fantastica”), di animali e misteri: non apporta nulla al “progresso”. Il terzo ha molte colpe: è il più prolifico scrittore del Novecento (centinaia di romanzi), è autore di “gialli”di consumo popolare; i suoi romanzi che consideravano “veri” o non-Maigret sono intrisi di un pessimismo assoluto. Anch’egli al “progresso” non ha dato, anzi l’ha ostacolato.

   A settembre hanno fatto trent’anni dalla sua morte. Era un uomo egoista, avido, erotomane, per certi versi sordido. Il suo primo rapporto sessuale lo ebbe in un cortile, a Liegi, all’impiedi: dodici anni lui, quindici la ragazza. Non mutò mai stile. Le donne le usava e le buttava via. Ebbe ragione solo quando ruppe con Josephine Baker: “Non voglio diventare il signor Baker!”  Era un genio della letteratura.

   Si dura fatica ad ammetterlo, se per noi il modello del genio è Proust, o Gadda, o Landolfi, o Borges, o Céline: pur senza Nobel, non c’è lettore serio che non lo riconosca agli ultimi due.  Proprio se pensiamo al medico di Meudon, tuttavia, dietro la magia sintattica e lessicale, la visione netta e spietata della realtà li unisce. Simenon aborre dal virtuosismo letterario, ma Voyage au bout de la nuit e Mort à crédit sono, li abbia letti o meno, quanto di più prossimo a lui abbia raggiunto la letteratura del Novecento. In Céline v’è la profondissima pietà verso le vittime, verso i poveri. Simenon è spietato. Almeno così sembra. Ma raccontare la realtà più miserabile, occuparsi degli ultimi – vittime o colpevoli non importa – non è una forma profondissima di pietà, pur se involontaria?

   E veniamo al commissario Maigret, nato alla letteratura nel 1930. Gli ha portato guadagni immensi, ma, naturalmente, il disprezzo dei letterati e dei colti. Letteratura facile, letteratura d’appendice. Ve l’immaginate Proust, se fosse vissuto dieci anni di più, che cosa avrebbe detto dei romanzi di Maigret?

   Come quasi tutti, ho fatto conoscenza con Simenon per il tramite di Maigret. Sono certo che ogni persona intelligente li apprezzi; io li adoro. Posseggo ogni romanzo che gli è dedicato, oltre molto altro Simenon. Li rileggo spesso. Questi romanzucci che si vendevano in edicola senza nemmeno passare in libreria sono pur essi dei capolavori. Le trame sono sovente ripetitive: il Quai des Orfevrès, la squadra dei poliziotti collaboratori del Commissario, le birrerie circonvicine, la moglie. È un tratto d’arte riuscire a non stancarti mai ripetendo tutto ciò, e gl’interrogatorî, gli appostamenti, i pedinamenti. I superiori invidiosi e a volte persecutori. Un essere totalmente privo di umanità come Simenon inventa un uomo carico di umanità come Maigret. Il Commissario non riesce a odiare il criminale, l’assassino. La vita è fatta così: per un caso l’uno si trova dalla parte giusta, l’altro dalla parte sbagliata. Non riesce a odiare nemmeno i sordidi confidenti, gli eroinomani, i morfinomani che magari attendono davanti al suo ufficio per dargli una “soffiata”. Inoltre, dietro l’aspetto bonario e piccolo-borghese, Maigret è dotato di un’intelligenza logica e sillogistica degna di Sigieri di Brabante. È l’altra faccia della medaglia: risolve i suoi “casi” metà per la pratica e l’umanità, metà per l’acutissimo pensiero.

   Il genio di Simenon, in Maigret e nei romanzi “grandi”, consiste in una rappresentazione perfetta della realtà: che non è fotografia, pur forse pretendendo di esserlo. Egli proveniva dal milieu della minima borghesia, e aveva passato la vita a osservarlo: insieme con quello della povertà più sventurata, e con quello della ricchezza. Nulla gli è alieno. Riesce a farti sentire l’odore di certe scale immonde, di certe portinerie nelle quali la portiera quasi sempre cucina la zuppa di cavolfiore. (Le portiere di Maigret: un capitolo a sé!). L’odore dei letti sfatti di certe camere “a ore”, l’alito degli avvinazzati con le manette, l’odore della paura della puttana arrestata al fine di proteggerla perché sa qualcosa che non dovrebbe sapere, il piccolo prostituto terrorizzato perché beccato a “battere” in un pisciatoio. E così via. Non è un caso che uno dei genî del cinema, Jean Renoir, s’impadronì immediatamente di Maigret, dando il suo volto a al proprio fratello. Poi vennero fantastici films con  Jean Gabin, diretti da varî registi: primeggia Jean Delannoiy. Infine la moglie: quieta e non sciocca casalinga. Il merito principale della quale è di non parlare col consorte del suo lavoro. Da noi venne realizzata una serie televisiva, grazie a Dio ancora in bianco e nero: trentacinque puntate sotto l’abilissima regia di Mario Landi. L’idea, e la scelta del regista, furono di Andrea Camilleri. Fosse dipeso da me, e senza nulla togliere a Landi, la direzione degli sceneggiati andava affidata a un genio quale Edmo Fenoglio. Cervi incarnava non solo la bonomia del vero Maigret, ma l’apparente lentezza di pensiero che perveniva al guizzo rivelatore. Ancor più di Gabin ostendeva quella forza dell’abitudine ch’è propria dei cretini e dei genî, da Kant a Paul Valery: a Maigret, appunto. Meravigliosa, al suo fianco, Andreina Pagnani.

   Molti dei romanzi indipendenti dal commissario, Il testamento Donadieu, Ceux de la soif,  La neige etait sale, Lettre à mon Juge, sono capolavori della letteratura. La conoscenza che Simenon ha dell’uomo si distende su più ampio spazio. Ed è, come nei romanzi “piccoli”, d’un invincibile pessimismo. Poi ci sono le opere autobiografiche, non meno spietate, non meno capolavori: Pedigrée (1948) e Memorie intime (1987). E allora ti accorgi che Simenon ha passato una vita a proporre e risolvere misteri, ma il più insondabile di tutti è il mistero Simenon.

   Il caso Simenon è singolare anche sotto un altro profilo. Egli era costretto a creare da qualcosa di più forte di lui. Entrava in una sorta di trance, e dalle quattro del mattino era alla macchina da scrivere almeno per otto ore. Non lasciava il romanzo, grande o piccolo che fosse, nemmeno un giorno. In tutto, ne impiegava undici. Questa sorta di ebrietà dionisiaca combinata con una vita da borghese, a volte piccolo, a volte massimo, è uno dei più grandi interrogativi della letteratura: tenuto conto della qualità del prodotto. È come se fosse in lui un daímon che l’obbligava a inventare e narrare. Scriveva persino durante i giri in canoa che fece per conoscere l’interno della Francia; e poi negli Stati Uniti, in Canada, a Papeete… Il paragone più ovvio è quello con Balzac. Ed è ovvio solo in apparenza: Honoré era posseduto dallo stesso daímon, e ha una capacità di raccontare gl’interni miserabili, piccolo- borghesi, aristocratici, che certo Simenon ha preso da lui. Ma la cosa più importante era il fatto che ambedue sapevano aprire la porta all’inconscio e lasciarlo libero.    

   Avevano un’altra cosa in comune. Erano dei “forzati” della creazione. Balzac, le notti intere a scrivere tenendosi su con litri di caffè. Infatti è morto a cinquant’anni. Simenon, in apparenza, ha avuto una vita più indipendente dalla scrittura, è vissuto più intensamente. Chissà se è stato meno infelice.

  

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