Il Fatto Quotidiano, 13. XI. 2019

Ancora negli ultimi giorni di settembre festeggiavamo sul mio terrazzo il grande successo che aveva riscosso a Sofia il 20. Aveva diretto il Boris Godunov di Musorgskij in forma di concerto in memoria di Nicolai Ghiaurov; e l’avevano invitato a tornare per dirigere un’Opera. Lui pensava al Don Carlos di Verdi nell’edizione autentica in cinque atti e in francese. Sull’aereo (i soliti filtri sporchi dell’aria condizionata) aveva contratto una fatale polmonite. Forte come era, ha resistito a lungo, troppo. Ma il 9 non ce l’ha fatta. Era, e per me è, Elio Boncompagni, uno dei più gradi direttori d’orchestra viventi. A maggio aveva compiuto 86 anni.

   Non era uno di quelli “della vecchia scuola” che tante volte giustamente rimpiangiamo, pur essendo stato assistente di Tullio Serafin, uno dei caposaldi di tale tendenza. Da lui e da altri (Santini, de Fabritiis, Gardelli), aveva appreso le astuzie e le “tradizioni” (quelle da rispettare e quelle da respingere) di tale “vecchia scuola”. Ma era un direttore modernissimo. Per la concezione rigorosa del rispetto del testo e per un’idea dei rapporti di tempo: specie nel repertorio sinfonico, tra le varie parti di un movimento di una Sinfonia e tra tutti i movimenti fra di loro. Anche in questo mi ha insegnato moltissimo.

   Nel ricordarlo parto proprio dal Don Carlos, una delle sue bandiere. L’ultima volta l’ha diretto a Zagabria due anni fa.  È di certo l’Opera più complessa di Verdi, forse il suo capolavoro: quella che gli ha causato più fatica e più disperazione. Il sommo compositore non è mai riuscito in vita ad ascoltarla intera. Oggi ce ne sono quattro versioni. Fino al 1974 se ne conoscevano due: una in quattro atti e una in cinque. Ambedue in italiano: l’autentica è in francese. Quella in quattro atti proviene dalla, ripeto, disperazione del Maestro, il quale, vedendo l’Opera continuamente amputata, decise di tagliarsela da sé, ed eliminò l’intero primo atto. È la versione corrente, e i direttori d’orchestra che l’adottano dovrebbero vergognarsene. Poi, a quasi vent’anni dalla prima esecuzione (1867), l’Autore ripristinò parzialmente il primo atto. Solo nel 1973 il musicologo americano Andrew Porter trovò nelle cantine dell’Opéra le parti mancanti del primo atto, tagliate alla “prima” perché l’ultimo omnibus partiva a mezzanotte e gli abbonati dovevano ritirarsi. Questa versione, oggi pubblicata da Ursula Günther, venne diretta per la prima volta da Boncompagni nel 1974 al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles, del quale era direttore artistico. Lo è stato anche al San Carlo di Napoli, a Stoccolma, a Vienna (Volksoper e poi Staatsoper), e ad Acquisgrana, dove fondò l’orchestra sinfonica. Da lì tornò alla natia Firenze, per assistere la mamma quasi centenaria, una maestra elementare asciutta e lucida, di poche parole, che ricordo con commozione.

   Ripeto, sul podio pareva un ragazzo: per la sobrietà efficace del gesto, l’instancabilità, la sconfinata conoscenza del repertorio lirico e sinfonico. Ma nel nostro paese trovò una specie di muro. Pur avendo diretto esecuzioni memorabili, a Milano, a Catania, a Cagliari, a Napoli, i soprintendenti lo vedevano per lo più come un nemico. Alcuni consideravano una missione affidatagli da Dio stroncare la carriera di “quel vecchio rimbambito”, come mi disse uno di loro. A Liegi avrebbe dovuto dirigere nel 2021 una delle sue scoperte, l’edizione in italiano e modificata dell’ultimo capolavori di Donizetti, il Don Sebastiano. L’ha interpretata in tutto il mondo, mai in Italia. A Liegi ha avuto l’invito da parte di un altro esule, il soprintendente Stefano Mazzonis. Sono convinto che se non è arrivato a quella data sia anche per il crepacuore causatogli dall’odio in patria, che l’angosciava, che egli non riusciva a comprendere e che l’ha fiaccato. Ragazzini che dirigono a orecchio invece di un Maestro?  La vita è questa. Ricordiamolo nelle meravigliose esecuzioni, nella simpatia, nella bontà, persino nell’ingenua fiducia verso la vita che, nonostante tutto, non aveva perduta.

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