Libero, 9. XI. 2019

Tutti sanno che i sette anni trascorsi da Rossini a Napoli (1815-1822) furono quelli centrali sia per la sua creazione che per la sua formazione e la sua cultura. In quel periodo scrisse, non per Napoli, anche i suoi capolavori comici o semiseri (dal Barbiere alla Cenerentola alla Gazza ladra) che sono anche un’indagine sulla umana psicologia degna di Mozart. Compose pure il principale insieme delle sue Tragedie. Cito l’Otello, La Donna del lago, l’aereo Ricciardo e Zoraide. Poi il Mosè in Egitto, del quale l’anno scorso si è festeggiato il bicentenario, festeggiamento che andrebbe ripetuto quest’anno, giacché nel 1819 egli vi aggiunse uno dei miracoli della musica, la preghiera Dal tuo stellato soglio. Rossini era così intelligente (non è la stessa cosa che essere un genio della musica) che vivere nella città la quale, insieme con Milano, era la più colta d’Europa, lo trasformò, procurandogli quella cultura classica prima  inculcatagli in modo solo approssimativo. Il Mosè in Egitto è un mito biblico, ma è costruito nel modo più preciso come una Tragedia greca; e si termina con un tratto ardito e nuovo, un pezzo sinfonico rappresentante la tempesta del Mar Rosso che sommerge gli Egiziani e poi, richiusesi le acque, la calma dell’indifferente Natura.

   Quest’anno si celebra il bicentenario di un altro dei sommi capolavori tragici del Cigno, l’Ermione. Opera a tal punto ardita (non userò l’abusato aggettivo di “sperimentale”) da non esser compresa e finire come uno dei suoi grandi insuccessi. Siamo in pieno mondo classico. Ma non quello elegiaco di Metastasio: le fonti del poema drammatico steso dal sovente tanto vilipeso Andrea Leone Tottola sono Euripide e Racine: ma la violenza espressiva di Rossini lascia Racine del tutto indietro, guardando all’ultimo dei tragediografi ellenici. È una Tragedia violenta che si svolge a Butroto, capitale dell’Epiro, ove regna il figlio di Achille, Pirro. Andromaca è sua prigioniera e si finge che il figlio Astianatte sia ancora vivo. Pirro dovrebbe sposare Ermione, figlia di Menelao, ma è innamorato di Andromaca. Giunge Oreste il quale a nome dei Greci chiede l’uccisione del figlio di Ettore e il rispetto dei patti nuziali. A sua volta è innamorato di Ermione. Quando Pirro sposa Andromaca, Ermione supplica il figlio di Agamennone di uccidere il traditore. Ciò avviene: di fronte al pugnale intriso di sangue la giovane greca impazzisce, e le Eumenidi perseguitano lei e Oreste. Quale finale per un’Opera “di Corte”, che dovrebbe, secondo le regole abituali, concludersi lietamente! Ma già c’era stato l’Otello, e il Maometto II che si termina col suicidio in scena di Anna Erisso, altra rottura inaudita delle consuetudini classiche. In quest’Opera la forza espressiva si combina con un uso della coloratura vocale che da strumento ornamentale della melodia serve a darle ulteriore forza. 

   Ma torno a un caso davvero erudito e unico di cultura classica all’interno del teatro musicale – almeno fino a quel momento. La Sinfonia dell’Ermione è palesemente, dichiaratamente, una fusione di Prologo e Parodo da Tragedia greca. Al suo interno, e quindi, idealmente a sipario chiuso, il coro declama questi versi:

   Troia! Qual fosti un dì!

   di te che resta ancor?

   Ahi! qual balen sparì

   il prisco tuo splendor!  

   La drammatizzazione di una forma “assoluta” quale la Sinfonia avviene con tale finezza che la forma non ne viene alterata: nel senso che la Sinfonia non è un pezzo di charakterisierte Musik, o “musica caratteristica”, come nel dibattito estetico del tardo Settecento si definiva la musica “descrittiva” o “a programma”.  Tale Sinfonia, divisa in una parte introduttiva e un Allegro formale, si apre con un poderoso unisono orchestrale. In apparenza si tratta di una citazione, letterale pur se trasposta di tonalità, dell’unisono con che principiano Le Stagioni di Haydn. Le note di tale unisono sono Sol-Fa-Mi bemolle-Re. La serie di quattro note diviene in Rossini doppia, ossia Fa-Mi bemolle-Re bemolle-Do e Si bemolle-La bemolle-Sol-Fa.

  Un unisono orchestrale con una melodia così esotica? Credo ciò sconcerti anche adesso. Or debbo ricordare che nella musica dell’antica Grecia esistevano tre modelli di scale musicali: quello detto dorico, prediletto da Platone, quello detto lidio, da lui condannato, quello detto frigio, da lui ammesso. Le scale greche erano discendenti, non ascendenti come le nostre. Il tetracordo frigio (modello: La-Sol-Fa-Mi) prevede due toni separanti le prime tre note e un semitono fra la terza e la quarta. L’uso di questa scala tornerà trionfalmente nella musica del Novecento, in Bartók, in Marinuzzi. La Frigia era la regione anatolica dell’antica Troia: onde i Troiani sono chiamati, in Omero e Virgilio, sovente i Frigi.

    In Haydn il tetracordo frigio non ha funzione simbolica, se non quella d’introdurre il tempestoso annunciarsi della Primavera. In Rossini, invece, il primo dei due tetracordi (il secondo viene “interpretato”, a dir così, dall’orecchio, non rispettando esso la pura serie d’intervalli) ha la vera funzione retorica di expositio insieme e narratio: ”in quest’opera si tratta della sventura della famiglia di Ettore, il fiore della stirpe frigia.” L’uso di una scala musicale come simbolo di cultura: ché questo vogliono dire le quattro note. Basterebbe ciò, se non seguisse il capolavoro, a far comprendere qual genio Rossini sia.

   Per la cronaca, in questi giorni l’Ermione si rappresenterà al San Carlo di Napoli. Visti i nomi di direttore e regista, piuttosto che assistervi scapperei in Islanda.

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