Il Fatto Quotidiano, 2. X. 2019.

 

Per spiegare perché nutrissi per Jessye Norman una reale venerazione dovrò ricorrere a un fenomeno inspiegabile che si verifica tanto nel teatro d’Opera quanto nella prosa. A un certo punto un artista entra in scena. Possiede una personalità tale ch’è come se tutto attorno a lei si paralizzasse. Elettrizza e diventa il centro del palcoscenico pur se non ha emesso una sola nota. Avveniva così con Maria Callas; meno con Renata Tebaldi, che pure aveva una voce molto più bella e realizzava il testo musicale con autentica perfezione. Jessye Norman era come una fusione delle due, pur se praticasse poco il repertorio cosiddetto “lirico” nel quale Renata eccelleva e fosse un tipico “soprano drammatico” – sebbene non sempre. Oggi che ci ha lasciato, possiamo dire fosse uno degli ultimi soprani drammatici viventi e uno dei sommi della storia.

   Purtroppo non l’ho mai conosciuta. L’ho vista per la prima volta cantare un’Africaine di Meyerbeer nel 1971 al Maggio Musicale Fiorentino,  in italiano e tagliatissima. Aggiungo che quest’Opera, un tempo molto popolare, è l’estremo conato di un compositore sapiente ma pieno di eterogeneità stilistiche, il quale vi lavorò decennî senza riuscire a darle una definitiva fisionomia. A tratti sembra di Rossini (e siamo nel 1864!), a tratti un debole conato di anticipare il Liberty. Ma la protagonista, dotata in più punti di vera statura eroica, diventava una gigantessa morale, quasi una divinità, interpretata da lei. Chissà perché il m° Muti volle eseguire L’Africaine in italiano: la Norman aveva studiato col grande baritono Pierre Bernac, e possedeva una dizione francese superiore a quella di molte cantanti francesi attuali. Infatti, in francese ella ha anche recitato. Come tutti i sommi tragici, era grande anche nel comico. Il modo col quale fa ridere e insieme intenerisce ne La Grande-Duchesse de Gerolstein di Offenbach è strepitoso.

   Naturalmente, Jessye era uno dei più importanti soprani wagneriani viventi. L’ultimo film di Karajan, quasi morente, è il finale del Tristan und Isolde cantato da lei in autentica simbiosi col Maestro. Aveva la statura di una gigantessa, ma nulla in comune colle gigantesse wagneriane del Novecento come Kirsten Flagstadt e Birgit Nilsson. Oserò affermare che pronunciava anche il tedesco meglio di loro? Il fatto è che, proveniendo ella da una scuola di canto franco-italiana, e pur se, come ho detto, poco praticasse il repertorio “lirico”, il suo perfetto repertorio tecnico possedeva anche l’arte del canto lirico, ch’ella fondeva con quella del canto “drammatico”. Giungeva così all’esito stesso che Wagner avrebbe preconizzato: egli non amava lo stile di canto tedesco e avrebbe voluto che la sua musica venisse interpretata da cantanti italiani o con tecnica all’italiana. Ciò sovente si dimentica. Ella possedeva voce possente insieme e duttile; dei meravigliosi piano e pianissimo; una dizione e un’intonazione perfette e un accento suadente, non solo imperioso.

   Ma la Norman ha cantato di tutto, da Purcell al Novecento, passando per il Lied e passando per Berlioz. La più bella edizione dei Troyens, filmata al Metropolitan in una perfetta regia sotto la bacchetta del grande James Levine, la vede insuperabile Cassandra Ebbene, immaginate lo sforzo eroico che alla fine degli anni Sessanta una negra pesante un quintale ha dovuto compiere per affermarsi. Immaginate l’intelligenza e la cultura di chi possedeva il repertorio classico europeo più della gran parte delle colleghe bianche. Per me, più che Brühnnilde o Isolde o Kundry, che meno hanno da fare colla civiltà classica, ella resterà la Cassandra e la Didone; insieme con La Grande-Duchesse de Gerolstein.

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