“Il Fatto Quotidiano”, 24. I. 2016.

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Con Le serenate del Ciclone, Neri Pozza, di 590 pagine, che ho divorate, Romana Petri compie il salto dallo stato di ottimo scrittore a quello di grande scrittore. Le è stato concesso dall’ombra magna del padre, Mario, il baritono che dagli anni Cinquanta al 1975 s’impose all’ammirazione di tutto il mondo. All’ammirazione e all’affetto: il secondo sentimento ben pochi cantanti d’Opera lo suscitano giacché di pochissimi le qualità umane sono rilevanti. Io in sessantasei anni di vita di cantanti che fossero grandi uomini ho conosciuto personalmente: Carlo Bergonzi, Alfredo Kraus, Bonaldo Giaiotti, Veriano Luchetti, Carlo Bini fra gli uomini; Anita Cerquetti, Magda Olivero, Renata Tebaldi, Teresa Berganza, Raina Kabaivanska, Ghena Dimitrova, Mietta Sighele, la mia amica del cuore (lo erano anche la Tebaldi e la Olivero) Mariana Nicolescu fra le donne. Certo ne ometto qualcuno, ma ci sono poche aggiunte.

   Compiuto il salto per l’ombra del padre non potrò che soprannominare Romana Elettra, sebbene la cupa eroina contrasti colla radiosità del nome evocante la luce di Poussin e del Lorenese. Elettra giacché il protagonista dell’Elettra di Strauss è il già defunto Agamennone: tutto si svolge intorno al dovere religioso della figlia di vendicarne la proditoria uccisione. Agamennone ha un poderoso Motivo musicale nato dalla scansione ritmica del nome in greco, A-ga-mè-mnon, che incombe su tutta l’Opera.

 

   Anche Mario Petri fu ucciso. Non a colpi d’ascia nel bagno. Più efferatamente. E nemmeno deliberatamente: per effetto di un tradimento nato dall’egoismo e dall’invidia. Un grande direttore d’orchestra si spaventò perché dopo un Macbeth di Verdi, il ricordo del quale (Maggio Musicale Fiorentino, 1975), e per il protagonista, non per lui, mi procura ancora i brividi, la personalità di Petri sovrastò alla sua. Mario smise di cantare e ci mise dieci anni a morire di dolore.

   Le serenate del Ciclone sono la vendetta di Elettra su Egisto. Ma io dico a Romana Petri che non deve più, come dichiara, odiare a chi del padre ha procurato la morte. Mario oggi è nella gloria musicale e, per me cattolico, è stato subito accolto da un Cristo che gli ha detto: “Vieni, prediletto, tu hai molto sofferto e molto amato!” Chi ne ha procurato la morte vive meschinamente sempre più roso dall’invidia per il resto del mondo che ha il torto di esistere.

   Ma Le serenate del Ciclone sono assai più che una vendetta. Romana Petri non lo sa ancora coscientemente: ha già smesso di odiare. Non avrebbe scritto un libro che del romanzo ha la libertà e la sorpresa narrativa ma anche un capolavoro biografico. Esso si eleva: e basterebbe il racconto rapinoso di come quel figlio di contadini umbri sospettosi e bugiardi, portato naturalmente alla lettura e all’amore per il latino, narra a Romana bimba l’Iliade e l’Odissea, per renderlo degno di restare.

   Dal ritratto di un mondo contadino sotto il fascismo all’Italia degli anni Cinquanta e successivi a quello del mondo musicale internazionale. Petri alla prima esperienza alla Scala si scontrò col sommo Mitropoulos, che per la prima volta vedo cattivo avendo quasi sempre una natura angelica; e fu il prediletto di Karajan, col quale incise un Don Giovanni che resterà un modello. Ma si ritirò una prima volta per l’infamia di Giulietta Simionato, già sua amante, che riuscì a fargli intorno terra bruciata: un buon mezzosoprano che per le sue mene instancabili riuscì a farsi passare per grande. E si mise a fare il cantante leggero e l’attore. Suoi amici erano Jack Palance, Charles Bronson (descritto pur egli come natura angelica), Sean Flynn, Alain Delon. Fu il deuteragonista in Totò contro il Pirata Nero. Chi non vorrebbe leggere le 590 pagine di una storia simile: degne di una storia simile?