Libero, 8. VIII. 2019.

Tutti i giornali hanno dato la notizia della scomparsa di Francesco Durante, uno dei nostri più brillanti giornalisti intellettuali, mio amico e confidente di una vita. Egli era di nascita anacaprese; era vissuto un po’ dappertutto, e da ultimo a Napoli con la consorte, gran signora. La vita gli aveva dato molte soddisfazioni: successo, una certa agiatezza; era considerato uno di quelli ai quali si chiede il parere o l’intervista quando muore Camilleri e si designa il premio Nobel. Era anche il papà di una romanziera di talento. Ma una cosa gl’invidio: sabato mattina se ne stava sulla piazzetta, presso la meravigliosa seggiovia, s’è accasciato, e già lui non c’era più: dove ci siamo noi non c’è la morte, dice Lucrezio, dove c’è la morte non si siamo più noi. Io sono vile: se dovessi morire fra un istante non batterei ciglio, se sapessi di dover morire soffrendo mi ubriacherei subito di whisky e barbiturici in quantità tali da rendere impossibile il “salvataggio”. “Non chiare le circostanze”, scriverebbe ipocritamente “Il Mattino” (sempre che della mia morte di degnasse dare notizia). “Chiarissime: lo avviso formalmente da subito.”  Scire nefas, ammonisce Orazio: Non si deve sapere il quando; e per fortuna. Uno degli uomini più coraggiosi mai vissuti, Cesare, disse esser migliore fra tutte le morti  “quella che giunge inavvertita”. Anche per questo sono socio e propagandista della “Luca Coscioni”, una delle poche cose nelle quali, a sessantanove anni, sia capace di credere profondamente.

   Ma torno a Francesco, così mite, melancolico, pur se a volte irascibile. Non ricorderò qui i suoi meriti culturali: l’hanno fatto in tanti. È stato anche un organizzatore di mostre, festivals, scopritore di due fra i romanzieri di più autentico talento di oggi, Vladimiro Bottone e Wanda Marasco. Oggi se in treno vedo qualche rarissimo soggetto con un libro in mano, vinco perennemente la scommessa: si tratta di Elena Ferrante. Non l’ho mai perduta. Ah, i lettori della “Settimana enigmistica”: Quelli li rispetto come Manzoni.  Ma basta.

   Conosco Anacapri dal 1952, la mia prima villeggiatura. Si parla un dialetto orribile, con un accento orribile. Quanto quello di Capri, che dista pochi metri ma è diversissimo: così come le due comunità si odiano. Francesco parlava un italiano delicato e suadente: aveva studiato a Padova, che del Veneto ha il più dolce accento. Gl’invidiavo anche l’esser stato discepolo di Filippo Maria Pontani, uno dei miei miti fra i grecisti pur se l’omonimo discendente non se n’è mai accorto. Francesco aveva tre anni meno di me, ma credo di aver conosciuto Anacapri assai meglio di lui. Il mare, lo si vedeva, certo: ma era una realtà aliena, forse nemica. Era dolcemente agreste, Anacapri, con verdura e frutta cresciuta su di un suolo vulcanico, come quello di tutta la Campania e del Lazio, dunque incomparabile. Gli orti non conoscevano additivi chimici.  Ti portavano i mazzi di finocchi, di ravanelli, di albicocche minuscole e dolcissime, di prugne d’un dolce amarognolo. E i friarielli, le scarole, i cavolfiori … Quali minestre si mangiavano!

   La mia famiglia affittava il piano superiore di una villa con orto: villa che meglio si definirebbe masseria. Giuocavo sul terrazzo, a pallone, andavo in bicicletta. I due fratelli proprietarî, l’uno per piano, Eduardo e Oreste, ambedue autisti di piazza, non si rivolgevano la parola per un odio risalente forse a generazioni. La moglie di Oreste, Palmira, caprese, era ritenuta una strega. Il figlio di Eduardo, steward Alitalia, era palesemente ricchione: benché in paese la cosa non facesse specie, mio padre mi inibiva severissimamente il rivolgergli la parola.

   Non ho mai ascoltato in vita mia musica più bella: quella del silenzio. Forse per questo, preferendo il silenzio alla più sublime musica, sono diventato un musicista imperfetto e anomalo.  Nei meriggi e pomeriggi assolati mi addormentavo sul terrazzo protetto dalla zanzariera. L’inizio degli anni Cinquanta era una prosecuzione del fascismo. Onde, proprio per le severità che il regime aveva imposto quanto a istruzione obbligatoria, ad Anacapri erano quasi tutti analfabeti. E si esprimevano con concisione e logica infinitamente maggiori degli attuali laureati. Le mie passeggiate capresi, alla Savardina, al Salto di Tiberio (ci si arrivava a dorso d’asino: le miti bestie stazionavano a Capri, davanti al Quisisana), all’Arco Naturale, sono nella mia immaginativa l’emblema della felicità. Anche Capri, in fondo, era più agreste che marina. Nessun pescatore, nessun marinaio sapeva nuotare.

   Il giovedì, era la mitica serata di Lascia o raddoppia. Nessuno possedeva il televisore. Il proprietario dell’unico cinematografo, il geniale Ercole, aveva fatto costruire uno specchio a mo’ di lente d’ingrandimento. Sul palcoscenico, un piccolo televisore. Lo specchio consentiva a tutta la sala di seguire la trasmissione. La vecchia mamma di Eduardo e Oreste, sotto che analfabeta, era una delle più accanite seguaci: “Aggia guardà chillo ca straccia ‘e buste!”.

   Francesco se n’è andato in un soffio. Purtroppo, se ne sta andando, lentamente e non senza sofferenze, la novantaduenne Claretta Cerio: un’altra istituzione caprese. Tedesca, sposò molto giovane Edwin Cerio, napoletano e uno dei più illustri capresi d’adozione. Scrittore di altissimo livello, per esempio sulla flora e la fauna caprese. Ella, autentica gran dama, parlava un delizioso – e quanto a sintassi, da manuale - italiano con un accento misto di napoletano e germanico.  Quando restò vedova, Claretta si trasferì in un podere presso Arezzo. Trovai giusta la decisione: i luoghi dove si è stati qualcuno vanno abbandonati. Ebbene, dal suo letto di morte ha voluto telefonare a tutti gli amici per salutarli, finché ne aveva la forza. Poi, dalla sua collezione ha scelto un ricordo per ciascuno, aiutata dal devoto amico caprese Parnaso. È stata anche eletta scrittrice, di racconti e ricordi capresi, che spero siano per trovare un editore migliore del piccolo e meritevole stampatore isolano che l’ha edita. Mi ascolterà qualcuno? Ha scritto anche romanzi gialli in tedesco, che non ho letti: ma se valgono il resto, pure meriterebbero una traduzione. Mi accorgo di sragionare: ci sono Elena Ferrante e Fabio Volo.

   La morte di Claretta mi fa pensare a quella di Petronio secondo la narra Tacito. Ogni tanto faceva fermare la vena donde fuorusciva il sangue per conversare ancora con gli amici presenti. Sereno come a un convito.  Mi si dirà: a parte i tuoi ricordi d’infanzia, ci hai inflitto due storie tristissime. Non è vero. La morte tocca a tutti. Se è bella, che cosa c’è di più bello?

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