Libero, 30. VII. 2019.

 

Spero non scandalizzi nessuno il racconto della mia vita privata. Ho un pubblico
ménage à trois: siamo due uomini e una donna. Dapprima abitavamo insieme la donna e io. Ella si chiama Isaura. Mi dicono i cretini: “Ah, dal nome della schiava?”. Pare sia un personaggio di una telenovela. Isaura è invece la protagonista di Jacquerie di Gino Marinuzzi, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento. È una certosina dal carattere altero e riserbato, capace di affetto quieto, a volte espansivo: ma chi passa per casa mia lo valuta in una frazione di secondo, e se non le piace scompare. Io ho un grande terrazzo e due balconi che guardano il Golfo; ma più che una casa la mia è una biblioteca con casa annessa. Isaura ha subito concepito amore per i libri, e ama sonnecchiare, per esempio, sulle pagine della Treccani (prima edizione) aperte. Giunse da me, minuscola, nei giorni di maggio 2015, quando si preparava la mia uscita dal “Corriere della sera”; io m’infastidivo delle telefonate dell’avvocato che seguiva la pratica essendo tutto concentrato sul fatto che Isaura si trovasse bene nella sua prima casa. Dal terrazzo, attraverso una scala, si discende in un grande giardino condominiale, abitato da merli, corvi, gazze e gatti senza proprietario. Isaura, col suo carattere indipendente, va e viene giorno e notte; per affetto, viene a mettersi sul mio letto quando dormo (d’inverno, sotto le coperte); ma la sua notte è misteriosa e vagabonda. Alle 4 del mattino mi sveglia perché vuole il bocconcino. Poi se ne va e io mi riaddormento un’oretta.

   Tutto cambiò il 25 giugno del 2017. Arrivai da Lecce col piccolo Ochs, un bassotto di sessanta giorni. (Incredibile. In Campania non esistono allevamenti di bassotti se non nani, quegli orrori genetici simili a topi!) Il viaggio – quale fausto omen – lo fece in braccio a una delle più affascinanti donne napoletane, la grande attrice Lara Sansone. Già la prima notte Ochs, ch’era un po’ spaurito, dormì sul cuscino a fianco del mio.

    Isaura scomparve. Per sei giorni nessuno la vide più.  Compresi che il fatto era serio. Alle cinque del mattino scesi nel giardino chiamandola in tono implorante. Si mostrò un istante, e sparì. Il giorno dopo scesi con la ciotola della sua colazione. Non la toccò. A poco a poco si degnò di giungere al confine, di assaggiare qualche boccone. Dopo non meno di un mese rientrò in casa. E si accorse che la presenza che aveva scatenato un moto, non dirò di gelosia, ma di autentico dolore per un creduto tradimento, era di un cucciolo molto intelligente che aveva bisogno di una mamma. In questi termini sottomessi, sorridenti, le si avvicinava. Isaura incominciò a coccolarlo, a farlo giuocare, a tirargli la pallina. Ci mancava poco che lo leccasse. Adesso convivono affettuosamente, e dormono sul mio letto; ma un bassotto, pur se intelligentissimo, non può arrivare a comprendere che una gatta s’infastidisce di troppe effusioni. In certi momenti, ella le accetta; ma solo in certi momenti. Per fortuna hanno gli stessi gusti musicali: Les Troyens di Berlioz, Ravel, Johann e Richard Strauss.

   Vittorio Feltri avrà da darmi, in fatto di psicologia felina, infinite lezioni, essendo egli il patriarca dei nostri gattolici. Ma mi fa piacere di parlare di un libro delizioso scritto da un gattolico assai più giovane di noi. Si tratta de Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina di Alberto Mattioli (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). L’autore (non può farla a un altro vizioso) è dedito anche al vizio della lettura: la sua erudizione non la ostende ma essa lo tradisce.

   Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, Come farebbe, se non avesse il vizio, a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima; il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio. E il Cardinale forse dalla loro intelligenza ricevette il consiglio su come far cadere l’imprendibile fortezza de La Rochelle.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino lo eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017  edito da Marsilio Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già cinque edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali. È così interessante da poter offrire spunti anche a un eventuale odiatore del gatto o a lui indifferente.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti: un mio amico, un grande medico napoletano, è incominciato a deperire da quando due anni fa perdette Henriot; la recente morte della compagna Becky l’ha reso inavvicinabile e quasi intrattabile. Due persiani che aveva mandato a prendere a Nuova York, del culto dei quali era un sommo pontefice! Il fatto che loro vivano meno di noi è una tragedia; ma se la cosa fosse inversa, se un gatto o un cane dovesse sopravvivere al padrone, si scatenerebbe in loro un dolore cosmico, per noi inimmaginabile. Sono certo che Mattioli la pensi così.

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