Il Fatto Quotidiano 24. VII. 2019.

 

Ho ripetuto ad nauseam che la musica è la mia passione e insieme la mia professione, ma il mio vizio è la lettura. Con un libro in mano non mi accorgo nemmeno se la Freccia Napoli-Roma fa dodici ore di ritardo. Alcuni uomini sono più attaccati ai proprî vizî che alle proprie passioni. Io faccio parte della razza. Quando un vizioso s’incontra con un altro che condivide lo stesso vizio, anche non si sono mai visti in faccia, si riconoscono immediatamente. Ho provato questa sensazione leggendo in meno di un giorno un delizioso libro di Alberto Mattioli, Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, che non ostende l’erudizione ma la tradisce. Come si fa a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima: il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino le eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017 Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già tre edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti, a cominciare da Vittorio Feltri.

   La gatta di Mattioli si chiama Isolde, come la protagonista dell’Opera di Wagner; la mia Isaura, come la protagonista di Jacquerie di Marinuzzi. Ma fra me e l’autore vi sono pure differenze. Io ho un vasto serraglio: un bassotto, Ochs (che dorme sul mio letto insieme con Isaura: hanno gli stessi gusti musicali: Berlioz, Ravel, Johann e Richard Srauss), due tartarughe, Fana e Spanò, e una decina di merli che vivono liberi nel vasto giardino sotto il mio terrazzo ma si raccolgono su di esso a beccare il cibo che quotidianamente ammannisco loro. Spero che anche i panteisti vengano ammessi nel paradiso gattolico.

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