Libero, 20. VII. 2019.

 Lo confesso. I romanzi di Montalbano sono stati per anni una delle mie droghe. Come ne usciva uno, ero il primo a prenderlo. E lasciavo qualsiasi altra lettura, qualsiasi altro lavoro, finché non l’avessi finito. Poi mi restava un amaro in bocca. Come quando sei nel down della droga.

    I limiti me ne erano, e sono, palesi. Trame un po’ cervellotiche. Un sotteso manifesto politico non sempre degno di un grande scrittore. Ma il piacere di narrare, il piacere di farsi leggere. In Camilleri c’è qualcosa di Soldati, uno dei sommi narratori degli ultimi decennî, che ancora non è stato riconosciuto da tutti per tale. E poi: costruire i cicli è da pochi. Il ciclo narrativo ti dà la rassicurazione di trovare luoghi e personaggi familiari sempre lì, immobilizzando l’edax tempus, e dà anche a te l’illusione di non invecchiare. Ma per costruire un ciclo senza renderti ridicolo o stucchevole, devi essere un grande scrittore. Devi essere Dumas e Balzac. Camilleri è stato il Balzac di Porto Empedocle. E poi, non è nemmeno vero che i romanzi di Montalbano siano solo cosa commerciale: come il ciclo televisivo avente a protagonista il bravo e antipatico Zingaretti. Ci sono finezze psicologiche nelle figurette dei comprimarî; c’è l’acre ironia con la quale vengono descritti il Questore, il suo capo di gabinetto, i magistrati. Or, senza in nulla ledere Girgenti, dove ha sede la Valle dei Templi, uno dei più importanti, monumenti archeologici del mondo, dove fiorirorono scuole filosofiche tuttora vive: ma dire “il Balzac di Porto Empedocle” non ha alcunché di limitativo? Camilleri non è stato il nostro Balzac, ma solo un onesto tentativo di esserlo.

   Camilleri ha lavorato tutta la vita da uomo di cultura, e anche da eccellente regista. Il successo gli è arriso tardi; chi potrebbe rimproverargli di aver voluto arrivare anche al successo commerciale? Il vero punto debole del ciclo Montalbano è una finta lingua, che non è siciliano e non è italiano, un’esca lanciata al lettore sprovveduto per far colore locale a buon mercato. In questo, Camilleri ha tradito la sua terra. I non siciliani s’illudono d’entrare nella lingua siciliana (la più antica fra le letterarie italiane), i siciliani o i meridionali che la lingua conoscono non possono dire altro: “Ma costui a chi vuole prendere per il culo?”

   Montalbano muore con lui. Ma vivrà il resto della sua produzione, quella “alta”, che i romanzi commerciali hanno messo in ombra. Innanzitutto: c’è il grande indagatore di Pirandello e Sciascia, che meriterebbe subito un’edizione a parte. La Biografia del figlio cambiato (2000) è un’opera squisita ed erudita che da sola farebbe la grandezza di uno scrittore. Poi c’è un romanzo atrocissimo, basato su ricerche storiche e dedicato al clero siciliano. Esso è stato sempre il più corrotto, il più materialista, il più colluso con la mafia, il più interno alla gestione del potere e degli affari. Leggete La setta degli angeli (2011) e trasecolate di orrore e ammirazione. Leggete La bolla di componenda (1993). Dante occupa uno dei più sottili episodî teologici dell’Inferno, quello di Guido di Montefeltro, per spiegare il complessissimo meccanismo dell’assoluzione: onde un peccatore, divenuto santo penitente, va all’Inferno per un vizio di procedura. Il condottiero Guido da Montefeltro, dopo una vita di espiazione quale monaco francescano, viene richiesto da Bonifacio VIII di un consiglio fraudolento: il Papa gli garantisce l’assoluzione preventiva. Morto Guido, il diavolo tiene e San Francesco una lezione di diritto canonico, spiegando che senza la contritio cordis – successiva alla commissione del peccato – l’assoluzione è nulla. E si porta Guido all’inferno, sfottendo il Santo. Ma i preti siciliani vendevano le assoluzioni, bollate: col peccato e la data della sua commissione in bianco, da riempirsi dall’acquirente. Ognuno poteva ammazzare chi voleva e quando voleva. La teologia e il diritto canonico del clero siciliano si riducono alla Roba: e in questo Camilleri è un genuino erede di Pirandello: si veda l’atroce novella I fortunati.

   E poi ci sono tanti altri romanzi meravigliosi. Ripeto: la capacità di Camilleri di inventare trame è straordinaria, e il piacere di narrare è degno di Soldati. Insieme con un’immaginazione di un grottesco loico ch’è al mille per mille siciliano, e lo fa, ripeto, erede di Pirandello e Sciascia; ma anche in parte dei siciliani orientali, Verga e De Roberto.  Inoltre: la comprensione della mafia come fenomeno eterno e radicato alla terra siciliana, che poi è diventata telematica e finanziaria,  la si deve a lui in modo anticipatore. Il birraio di Preston (dove si mostra persino musicologo di vaglia), La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il figlio del Negus, La scomparsa di Cutò. Questo è il grande Camilleri.  Che, nel rievocarlo, il meglio non venga schiacciato dal peggio. Ovviamente, è un auspicio retorico. Già me ne sto accorgendo, a leggere i primi necrologî, quelli in gergo detti “Coccodrilli”. Davvero coccodrilli sono, di quelli buoni a fare borsette per donne parvenues e scarpe per uomini parvenus.

www.paoloisotta.it