Libero, 12. VII. 2019  

In questi giorni ho riletto L’educazione sentimentale di Flaubert. Dovrei dire: ho letto. Dal 1971 non so dire quante volte ho riattraversato l’immenso romanzo. E sempre è come se fosse la prima. Tale è la sorpresa che di fronte a tanta arte si prova, la gratitudine verso chi l’ha creata per donarcela. Di fronte a poche altre narrazioni si prova lo stesso sentimento. Naturalmente, al primo posto sono I promessi sposi; beninteso, nelle due versioni. Giovanni Macchia afferma addirittura la superiorità del cosiddetto Fermo e Lucia sul romanzo del 1827 e del 1840. Io non posseggo l’autorità per pronunciarmi: dico solo che ne leggo ad anni alterni l’uno e l’altro. Certo un legame fra il capolavoro di Flaubert e quello di Manzoni sta in ciò: la descrizione della matta bestialità della folla nella seconda parte della rivoluzione parigina del 1848, quella propriamente volta a instaurare il comunismo, è la sola degna di esser accostata alla rivolta dei forni di Manzoni. Poi, la sfiducia nella democrazia, ch’è oggetto di terribile sarcasmo nelle scene dei clubs, è una sfiducia nella possibilità che l’uomo ragioni: ancora Flaubert è fratello minore di Manzoni. Quanto il Normanno conoscesse il Milanese, non so. Figuratevi che l’epistolario (un altro dei suoi capolavori) nella pomposissima edizione della Pléiade manca, non dico dell’indice analitico, dell’indice dei nomi.  Mi sono cascate le braccia: e mi sono arreso.

   Or un altro crimine spaventoso compì la folla. Sempre a Milano: ma nel 1814. Caduto Napoleone, e con lui il Regno d’Italia, la marmaglia filoaustriaca, per costituirsi un’anticipata benemerenza, andò a casa del conte Prina, il ministro delle finanze, lo buttò dalla finestra, lo straziò per tre ore. Tanto durò il linciaggio, prima che la morte pietosa non facesse cessare il tormento dello sventurato. Prina abitava a pochi passi dalla casa di Manzoni. Il quale, presente, non manifestò alcuno sdegno per il delitto. Ma nel romanzo si emenda con l’assalto al palazzo del Vicario di provvisione. Su quel “chilo agro e stentato” del Vicario Sciascia ha costruito una delle mirabili Cronachette, scoprendo una torbidissima sottostante vicenda. 

   Ho affermato più volte che uno dei culti della mia vita è Leonardo Sciascia. L’estate del 2017, mentre attendevo alla correzione di un impegnativo libro, l’ho dedicata a rileggere l’intera opera di questo genio. L’avevo anche conosciuto, seppur poco. Ricordo, a tavola, lunghissimi silenzî, quegli occhi pazienti che ti scrutavano da lontananze difficili da calcolare, la ceneriera sempre accanto al piatto: un boccone, una boccata. Sciascia non è soltanto il narratore che sappiamo, il saggista che sappiamo. Ricorda Salvatore Silvano Nigro che nella sua narrazione c’è sempre il saggio, che nel suo saggio c’è sempre la narrazione. L’induzione a interrogarsi, che ti viene anche solo da un inciso. Nel mio piccolo, lo considero anche il mio modello di prosa.

   La ricerca storica di Sciascia è di quelle fatte per appassionare i viziosi della lettura, quale sono io. L’amore per i cosiddetti petits faits. La capacità archivistica alla ricerca di quella carta da far parlare, e parlare sì che un sol particolare cambia il piano d’insieme. L’esempio massimo sono, appunto, le ricerche manzoniane del Sommo di Racalmuto. Con l’occasione debbo ribadire quanto egli, e Nigro con lui, dichiarano: la Storia della Colonna Infame è parte integrante dei Promessi sposi, e che le edizioni correnti del Romanzo dei Romanzi la omettano mostra ancora che l’Italia e la cultura in genere con Manzoni non sono stati all’altezza di fare i conti. A partire da Goethe.

   Dunque, a leggere La funesta docilità (Sellerio, pp.210, euro 15), l’ultimo libro di Salvatore Silvano Nigro, uno dei nostri grandi manzoniani e grandi sciasciani, si apre davvero il cuore. E non solo ai viziosi della lettura. Questa splendida opera letteraria è un dialogo con Manzoni attraverso Sciascia (in parte anche Natalia Ginzburg): è dedicata a costringere Manzoni a confessioni che non vuol fare attraverso dubbî che già Sciascia insinuò. Le parti generali sono impressionanti. In quale misura Manzoni è davvero cattolico? Come mai un paese che cattolico si dichiara lo respinge? Qual è l’autentica funzione del cardinale Federico? Come può conciliarsi il totale pessimismo storico di Alessandro con la sua dichiarata fede nella Provvidenza? E chi è il vero vincitore, alla fine del romanzo? C’ero arrivato persino io, da solo: Don Abbondio. Che è anche colui al quale Alessandro commette di dire le verità, la verità.

   Nigro parte proprio dall’assassinio di Prina. Sciascia e Nigro leggono spettrograficamente il romanzo per trovare l’eco di un tardivo rimorso a tanto egoismo, ch’è poi la funesta docilità provata anche dai buoni nei confronti del crimine. E rileggono l’assalto al palazzo del Vicario di Provvisione, il terribile sadismo della folla. Nessuno come Manzoni (e, ripeto, Flaubert: neanche Tolstoj) descrive la violenza della massa; e quella del potere, nel caso degli “untori”. E nessuno come Nigro, che si muove in Manzoni guidato da Sciascia come Dante è guidato da Virgilio, sa far confessare la prosa del Sommo. (Sia chiaro, e senza offesa: Virgilio è poeta superiore a Dante).

   A questo libro difficile come tutte le cose a lungo pensate e che fanno pensare auguro gran fortuna. Posso permettermelo. Nigro e io siamo insieme nella terna di un importante premio, il “Napoli”. Non posso augurarmi ch’egli mi superi. Ma se ciò avvenisse, non potrei dire che si tratta di un atto d’ingiustizia, e di esser superato da lui sarei comunque fiero.

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