Il Fatto Quotidiano, 17. VI. 2019

   Mi odiava. Ho avuto la sventura di fare per quarant’anni il critico musicale, e, con lo sciocco vezzo di dire sempre la mia opinione, ho attaccato alcune regie liriche sue risibili e, soprattutto, demagogiche. Perché era un retore. Si fingeva cattolico, figuriamoci. Si fingeva un adepto di “Dio-Patria-Famiglia”. Figuriamoci. Ha fatto il parlamentare per Berlusconi, possedendo tutti i motivi per disprezzarlo: avevano troppi tratti in comune, e Zeffirelli doveva fiutarlo, essendo forse più intelligente di lui: con quella antipatica e malevola intelligenza dei toscani. Infine, e qui c’è da scompisciarsi: se c’era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale (termine clinico che peraltro mi spiace), era lui. Lo sapeva qualunque pietra della via. Ma da quando aveva deciso di costruirsi un’immagine perbenista, raccontava panzane del tipo: avrei un’inclinazione spirituale ma, da cattolico, non l’ho mai praticata. Si è fatto i più bei ragazzi italiani, dagli anni Cinquanta in poi, etero e omosessuali, preferibilmente etero, e sposati. Aveva un genere di vita così disinvolto che gli ospiti della sua villa di Positano venivano portati dal cameriere nei negozî: questo celebre Dorino gabellava di poter procurare sconti favolosi, faceva pagare i pezzi il doppio e pigliava la stecca dai negozianti. Però tutti (non io) in quella villa sono stati ospiti: era ospite generoso, anzi generosissimo.

  L’ultima volta che parlò di me, dichiarò al “Messaggero”: “Isotta è un cretino”.

  Che peccato sia stato tanto ipocrita. Inutilmente. In questo, vedo un tratto di schizofrenia. Come vedo un tratto di psicopatia il suo aver affidato la sua Fondazione in mani non degne.

  In fondo, lo considerano un Visconti dei poveri. Credo che il tempo abbia già mostrato che Visconti era un velleitario, un viziato, che ha fatto qualche buona regia teatrale, pochi films degni di sopravvivere, e quasi solo cose ridicole, ridondanti, frutto di un ricco che si credeva Eisenstein e Stanislavskij. Di lui oggi si può davvero vedere Il gattopardo, per l’altezza del romanzo scelto (chi sa chi glielo aveva suggerito?), per la grandezza degli attori, e perché si era innamorato a tal punto di Alain Delon da andare di là da se stesso, riuscendo a un bellissimo film. Che però vergognosamente tradisce Lampedusa, cambiando il finale di uno dei grandi romanzi del Novecento. C’è Senso: quello, sì, si potrà sempre ammirare. Il resto è già cenere. E quanto a recchie, poi, non ne parliamo. Si fingeva un platonico romantico, si chiavava gli attori senza dar nulla loro per il metus reverentialis che incuteva, da padroncino lombardo che si scopa la dattilografa e, siccome era un misto di comunista e milanese piccolo-borghese, non solo si “velava”, ma avrebbe mandato gli altri ricchioni al gulag.

   Zeffirelli non era un Visconti dei poveri. Era un grandissimo talento. Aveva fatto la gavetta, e conosceva i meccanismi tecnici della regia cinematografica e teatrale molto meglio di quel superficiale enfant gaté che faceva il comunista dall’alto del suo patrimonio d’industriale e si faceva ridere dietro da tutti per il suo conato di dichiararsi discendente dai Signori di Milano mentre era solo rampollo di contadini arricchitisi per aver venduto il foraggio a Napoleone. Zeffirelli, almeno, era nato vero monello fiorentino.

   Alcune sue regie sono fra i capolavori del teatro di tutti i tempi. Quella Bohème della Scala rese palese tutto quanto, nella sua reticenza, Puccini nasconde nel suo capolavoro. Ne fa esplodere gioia e immedicabile dolore.  Quel suo Otello, sempre alla Scala, mostra l’incredibile divario fra una meravigliosa tragedia di Shakespeare e un’Opera ove il vecchio Verdi riesce a indagare lo stesso mistero del Male, inventando il personaggio di Jago che il Bardo di Stratford intuisce senza sviluppare. Quelle due Aide, trionfo mondiale, piene della perversione psicologica che Verdi ha saputo inventare nell’eros inteso solo quale sacrificio, ove il personaggio di Amneris, per la quale l’eros coincide con la volontà di potenza, torreggia. E dove, come pochi altri registi, riesce a render plausibile senza farla stucchevole la ricerca archeologica di Verdi, tradotta in musica come in simbolo mitico. Non parliamo del suo Shakespeare al cinema. La bisbetica domata, Romeo e Giulietta. Meraviglie che resteranno.

   Era falso, era cattivo (e anche molto buono), era intelligente (anche se faceva il cretino). Tutte le parti negative scompaiono con la sua vita. Ci resta il genio.

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