Libero, 23. V. 2019

Una volta Giuseppe Patanè mi disse: “Il direttore d’orchestra che ha il gesto più bello è Maazel.” “Sei un coglione, Pippo”, gli risposi. “Il gesto più bello l’hai tu! Senza paragoni!”. Una volta mi trovavo a Trieste. Lui dirigeva il Sansone e Dalila di Saint-Saëns. Mi disse: “Non venire in camerino negl’intervalli. Ti scocceresti…” Pigliato dalla curiosità, invece, ci andai. Un direttore d’orchestra croato doveva dirigere per la prima volta La fanciulla del West di Puccini. Siccome non era sciocco, pensò di andare a farsi spiegare l’Opera da chi la conoscesse al mondo meglio di tutti. Due intervalli di mezz’ora. Pippo disse al collega: “Scusa, sono riuscito a trovare per te solo quest’oretta. Per favore, prendi appunti.” Si mise al pianoforte e, a memoria, prese tutti i punti più difficili del capolavoro: spiegava come andassero affrontati, dava consigli su come concertare la superlativa orchestrazione. Dettava il numero di pagina della partitura, e il numero di battuta di ciascuno strumento. Poi lo chiamano: lui spegne la sigaretta e rientra sul podio per far morire Sansone. Metà degli anni Settanta. Dirigeva al Massimo l’Eugenio Onegin di Ciaikovskij. Le ultime due recite le avrebbe “riprese”, come si dice in gergo, un altro direttore brasiliano. Sedeva in sala, con lo spartito in mano, per segnarsi il modo con il quale Pippo “batteva” il tempo nei singoli pezzi di quest’altro difficillimo capolavoro. Patanè se ne avvide. Io ero nella barcaccia, proprio di fronte a lui. Mi strizzò l’occhio. A ogni recita cambiava gesto: “in due”, “in quattro”, “in sei”, in “otto”. Il povero brasiliano lo portarono alla neurodelirî.

   Per un breve periodo insegnò direzione d’orchestra nella sua e mia città natale. Fece degli esami di ammissione. Ogni candidato si presentava con alcuni pezzi a sua scelta. Lui stava al pianoforte e loro dovevano dirigere mentre lui suonava. “Che hai portato?”  “Maestro, il Prologo del Mefistofele.” “Attacca”. “Maestro, la Prima di Beethoven”. “Attacca”. “Maestro, la Nona di Sciostakovic”. “Attacca.” Non c’era titolo che, da fantastico pianista, non conoscesse a memoria. Mentre suonava faceva le correzioni.

   Metà degli anni Ottanta. Patanè provava a Roma l’Eroica di Beethoven con un’orchestra inglese. Non l’avevano mai visto. Ricordo dietro la britannica imperturbabilità professionale un’espressione di disprezzo. Il disprezzo aumentò quando il Maestro, senza partitura né leggio, eseguì l’intera Sinfonia non fermandosi nemmeno una volta. Italiano fannullone, si leggeva nelle loro facce. Dopo l’ultimo accordo, immaginavano di essere messi in libertà. Pippo fece uno di quei sorrisi napoletani che gli erano proprî: “And now, we begin the work!”. Incominciò, a memoria, a richiamare ogni singolo errore o di tutti o di ogni singolo strumento. Citava a memoria il numero di pagina, il numero di battuta, la lettera indicante la sezione. Ma non della partitura del direttore: delle singole parti di ogni strumento: che hanno una numerazione diversa. La prova successiva andò malissimo: erano paralizzati dal terrore. Disse loro: “Adesso basta provare, ci vediamo domani sera al concerto.” Fu un’Eroica come ne ho ascoltate poche.

   La morte di Patanè sul podio del Nationaltheater di Monaco di Baviera avvenne trent’anni fa, il 29 maggio 1989. Aveva solo cinquantasette anni. Altri Maestri l’avevano preceduto in questa fine da soldato: Joseph Keilberth, il più grande wagneriano del secolo, sullo stesso podio durante il II atto del Tristan und Isolde; Hermann Scherchen, durante un pezzo di Malipiero – ognuno ha la morte che si merita; e Dimitri Mitropoulos, mentre provava alla Scala la Terza Sinfonia di Mahler, l’Autore del quale è stato il più grande interprete in assoluto. Patanè cadde durante Il barbiere di Siviglia: morte atta a un uomo ironico, instancabile coniatore di battute. Era uno dei miei amici del cuore: il dolore che ne provai è stato fra i grandi della mia vita: la perdita di mia madre, di Dino Ciani, del mio Maestro Vincenzo Vitale, del Maestro Siciliani, di Franco Mannino, del mio bassotto Ochs: e di “Pippo”.

   Nella sua carriera era stato fottuto dalla troppa bravura. Conosceva a memoria, e a memoria poteva concertare allo stesso modo che ho descritto, 120 Opere liriche, ossia l’intero repertorio; oltre tutta la letteratura sinfonica. Mozart, Rossini, Donizetti, Wagner, Verdi, Saint-Saëns, Musorgskij, Ciaikovskij, Sciostakovic, Puccini… Al pianoforte, da Beethoven a Liszt a Chopin, eseguiva qualsiasi pezzo: e suonava da padreterno. Lo presero per un facilone. “Dicono che provo poco!”, mi raccontò. “Ma ci sono cose che già so che otterrò automaticamente col gesto, altre che, con quest’orchestra, non otterrò mai!”. Il suo gesto. Circolare, sintetico, inimitabile. Era impossibile non esser trascinati dal suo magnetismo.  I cantanti, quando c’era lui, si sentivano sicuri come con alcun altro. Il suo Bellini, il suo Rossini, il suo Donizetti, il suo Verdi, il suo Puccini, erano superiori a quelli di qualunque altro. Karajan lo stimava immensamente. Nella villa di Dumenza, l’unico patrimonio restatogli dopo una vita scialacquata dietro troppe donne che lo spennarono, possedeva una delle più belle e ampie biblioteche musicali che abbia viste.

   Fumava troppo. Mangiava troppo. Due tipici sintomi d’angoscia. Infatti negli ultimi anni, stabilitosi a Monaco, era caduto nelle grinfie di due sorelle, una sedicente attrice, l’altra sedicente organizzatrice teatrale. Decisero d’impadronirsene scientificamente. Era costretto a giacere ogni giorno con ambedue – sistema anche per esaurirlo e impedirgli di trovarsene altre. Doveva mantenere una corte di suiveurs e gentaglia al seguito delle due. Tavolate di recchie liriche. Non poteva durare. Solo Piero Chiara avrebbe potuto immaginare quel che accadde al secondo funerale, quello a Luino: i luoghi, appunto, di Chiara. La bara era esposta sotto il portico della villa. A destra la vedova, a sinistra le due pseudo-vedove. Esse mettevano i fiori sulla cassa, e la moglie li buttava a terra, sostituendovi i proprî. A loro volta esse toglievano il fascio vedovile e rimettevano il loro. Durò una mezz’ora. Alla fine, esasperato, gridai: “Basta! Siamo di fronte alla morte!”. Ma nel duomo i due partiti si riformarono, guardandosi con odio dalle opposte file di scanni.

  Aveva calcato tutti i podî del mondo: alla Scala risolveva tutti i casi impossibili: aveva fatto piangere di vergogna Pavarotti: ma non era considerato rispetto al suo profondo valore: piuttosto, il più brillante dei direttori di routine. Negli ultimi due anni le cose incominciarono a cambiare. Siciliani gli spiegò chi era e gli disse che se si fosse impegnato, riducendo l’eccessivo numero delle recite operistiche anche con modesti cantanti, gli avrebbe costruito la figura artistica che gli spettava. Un concerto con Mendelssohn e Brahms a Santa Cecilia suggellò il nuovo corso. Gridarono al miracolo.  La sua morte fu pianta da tutto il mondo musicale, tanto era amato. Fu la più grande fortuna per Abbado e Muti, allo stesso modo che quella di Dino Ciani fu la più grande fortuna di Pollini.

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