Libero, 12. V. 2019

Nel mio ultimo articolo parlavo dell’otium, inteso dai Romani come qualsiasi attività che non attinesse alla cura dello Stato: quindi anche la filosofia, la poesia, la storia. E ricordavo che, nella prefazione alla Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano, Edward Gibbon dice che quest’opera, uno dei veri monumenti della cultura, è stata “la più gradevole occupazione delle mie ore d’ozio”. Understatement quale un gentiluomo inglese del Settecento può possedere. Ricorderò brevemente come la Storia, scritta con erudizione e bellezza letteraria incomparabili (il solo suo ritmo è una lezione di stile) viene ancora ritenuta come frutto della mentalità illuminista. È sottovalutarla. Gibbon dedica molti capitoli all’origine e ai progressi della religione cristiana. Con finta compunzione piena di sarcasmo dimostra l’inesistenza storica della figura di Cristo, mette in chiaro le invenzioni e le incoerenze dei quattro Vangeli, ricostruisce l’inanità culturale dei primi secoli del Cristianesimo, il fanatismo onde era affetto, e infine ritesse con minuziosa ironia tutta la storia delle varie sette, denominate “eretiche” giacché sconfitte, le quali fino a tutto il VI secolo si combattettero ferocemente. In realtà, lungi dall’essere un illuminista, a me pare il più importante precursore di Ludwig Feuerbach e di Federico Nietzsche – nella critica religiosa del filosofo. Non è un caso, peraltro, che le edizioni americane del Decline and Fall, destinate a un paese nel quale milioni di persone credono alla Bibbia quale verità rivelata, i capitoli XV e XVI li omettono direttamente.

   Or parlerò del più importante libro di questo genio fuor della Storia: ed è un modo per assolvere una mia colpevole ignoranza. Il Decline and Fall lo leggo di continuo da quarant’anni, ed è una delle opere che più potentemente hanno formato il mio spirito. Negli ultimi anni egli pubblicò i Memoirs of my Life, che nel 2014 la Aragno di Torino ha editi (Memorie della mia vita) curati e tradotti da Giovanni Bonacina. Li ho appena goduti. Un lavoro di traduzione da definirsi solo perfetto, atto a ricostruire il ritmo dell’originale e le sfumature dell’ironia. Note eruditissime. Infine, un lungo e profondo saggio storiografico sull’Autore incomparabilmente superiore a quello del Momigliano premesso alla migliore edizione italiana (Einaudi, 1968) del Decline and Fall.

   Il ragazzo Gibbon, persa presto la madre, fu poco amato dal padre, donnaiolo e scialacquatore. Era un ribelle nei collegi ove lo rinchiudevano. Il suo interesse per la natura della religione lo portò, in adolescenza, a farsi cattolico. In Gran Bretagna non poteva restare: era un’onta sociale, questa conversione. Venne inviato a Losanna, presso un sacerdote calvinista, brav’uomo di modeste intelligenza e cultura. Doveva riportarlo sulla retta via religiosa. Ma Gibbon si vaccinò da sé. Ecco che cosa racconta dei suoi sedici anni: “Non appena fui in possesso di una provvista di nozioni come quelle che sono richieste a un ecclesiastico, il nostro primo libro fu il Vangelo di San Giovanni; ed è probabile che avremmo finito per tradurre l’intero Nuovo Testamento se non avessi fatto presente al mio maestro l’assurdità di aderire al dialetto corrotto degli Ebrei ellenisti. Su mia seria richiesta osammo aprire l’Iliade, e così ebbi il piacere di contemplare, sebbene oscuramente e attraverso uno specchio, la vera immagine di Omero”, da lui definito “la Bibbia degli Antichi.” Per comprendere l’atroce ironia del passo, occorre ricordare ch’è una parafrasi di un passo della Prima Epistola ai Corinzi di San Paolo: “Videmus nunc per speculum in enigmate, tunc autem facie ad faciem”: ossia, oggi intravvediamo Dio “oscuramente e attraverso uno specchio”, un giorno, nella Vita Eterna, lo contempleremo direttamente in faccia. Il Dio di Gibbon è il padre della poesia, non quello giudaico-cristiano.

    Il povero pastore di Losanna non era in grado d’insegnargli davvero il latino e il greco. E il ragazzo inventò un suo sistema per apprenderli a fondo. Sceglieva lunghi passi di orazioni e lettere di Cicerone, e lunghi passi di Senofonte: e li traduceva in francese, lingua che allora dominava meglio della nativa. Fatto passare un conveniente lasso di tempo affinché l’originale gli sortisse dalla memoria, ritraduceva i luoghi dal francese in latino e in greco: poi confrontava la sua debole traduzione con l’originale. Nel corso autodidattico di tali esercizî, diventò il dominatore delle due lingue che tutti sappiamo. La cultura si conquista con lo sforzo, il tempo e, mi ripeto, la coltivazione della memoria.

   Or questo episodio me ne fa tornare a mente un altro, così simile da fare impressione. Rossini, che pure ebbe un rinomatissimo insegnante di contrappunto, il padre Mattei della grande scuola bolognese, racconta però la sua paideia autodidattica: il contrappunto era solo il possesso di una tecnica, presupposto per la composizione, non l’insegnamento della composizione stessa. A quell’epoca, saggiamente, essa si lasciava apprendere dall’esempio dei classici. Fra i dodici e i sedici anni, il Cigno prendeva pezzi vocali o Quartetti di Haydn e Mozart. Tenendo coperta l’intera composizione, ne copiava soltanto la linea di canto. Poi s’ingegnava a scrivere come poteva l’armonia e il moto delle altre parti. Indi confrontava il suo lavoro infantile con quello dei Maestri. E a poco a poco li eguagliò nell’arte. Ciò dimostra che, a volte ma non sempre, i genî – dico i genî, non i talenti - posseggono tratti comuni. Che i due si assomigliassero, si vede anche dal senso dell’umorismo: Rossini, ironico sempre e sarcastico, capace di scherzare anche sulla propria morte e sulle proprie malattie, è stato uno dei più forti battutisti mai vissuti. Un solo esempio: diciottenne aveva già contratto la blenorragia, vulgo “scolo”. La sola donna che avesse davvero amata fu la madre; aveva con lei confidenza assoluta. In una lettera le annuncia così una recrudescenza della malattia venerea: “Nuovi fermenti nei Paesi Bassi”.

   Torno al sarcasmo di Gibbon con un’altra citazione. “Se mai avessi creduto che la maggioranza dei lettori inglesi fosse così teneramente attaccata persino al nome e all’ombra del cristianesimo, se mai avessi previsto che i pii, i timidi e i prudenti potessero sentire, o almeno affettare di sentire, con una sensibilità così squisita, forse avrei potuto ammorbidire quei due spiacevoli capitoli, i quali mi avrebbero creato molti nemici e conciliato pochi amici. Ma ormai il dardo era scagliato …”

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