Il Fatto Quotidiano, 17. IV. 2019

Quarant’anni fa se n’è andato Nino Rota. Federico Fellini gli sarebbe sopravvissuto per altri quattordici, ma rimase, alla sua scomparsa, come privo d’una parte di se stesso. Tale era la fratellanza artistica tra un sommo regista e un sommo compositore.

    Rota era stato un bambino prodigio; la sua prima composizione, un impegnativo Oratorio, venne personalmente diretta da lui a undici anni. Ma quanti bimbi prodigio si perdono per strada! Rota non poteva perdersi. A metà dell’Ottocento, Liszt aveva definito Saint-Saëns “un musicienissime”, “un musicistissimo”. Il neologismo superlativo sembra coniato per Rota. Conosceva tutto, aveva una memoria musicale paragonabile a quella di Giuseppe Patanè e Franco Mannino; era dottissimo e direttore di Conservatorio, oltre che esser stato insegnante di Composizione di livello eccelso. In un secondo articolo, parlerò della sua attività di musicista “in proprio” e del suo rapporto con Eduardo De Filippo.

 Oggi lo si ricorda soprattutto quale autore di colonne sonore per il cinema. In quanto tale, è stato il più grande del Novecento: ed è impegnativa affermazione, se si pensa che a fondare quest’arte negli Stati Uniti era stato un compositore del livello di Erich Korngold, in proprio importantissimo operista e sinfonista, e che già nel 1925 una colonna sonora (per il film muto Salammbô di Pierre Marodon), era stata composta da un mammasantissima quale Florent Schmitt. Or non affronterò nemmeno il discorso di natura estetica: se la colonna sonora sia un genere di arte inferiore rispetto alla musica cosiddetta pura. La teoria qui non arriva da nessuna parte: occorre, ripeto, guardare alla qualità artistica.

   Rota alle colonne sonore si era sistematicamente dedicato. Se si guarda il suo catalogo si resta sbalorditi per il numero. Più dovrebbe restarsi sbalorditi per la qualità. Per fare un elenco limitato ai soli principali registi con i quali ha collaborato, ecco Soldati, Zampa, Monicelli, Lattuada, Comencini, Bolognini, King Vidor, Zeffirelli (uno dei suoi films migliori: La bisbetica domata), Visconti (nel Gattopardo ha dato un contributo indispensabile), Steno, Coppola. Gli venne negato l’Oscar per Il padrino, ma lo vinse con Il Padrino – Parte seconda.

   Ma con Fellini, il genio assoluto, la simbiosi fu totale. Rota possedeva una natura complessa: era come una di quelle bambole aperta la quale ne trovi un’altra, e altre ancora. In lui v’era una vena di surrealismo e grottesco, fin di crudeltà, con improvvisi squarci verso l’etere e di pietà verso tutto ciò ch’è vivente, natura inanimata come animata, che mi pare sia la stessa cifra stilistica di Fellini. Dai Vitelloni a La strada, da La dolce vita a Boccaccio ’70. Mi fermo un attimo su questo film perché l’episodio di Fellini è un tributo alla grandezza, pur essa somma, di Peppino De Filippo quale attore surreale e tragico. Poi 8 e ½, Giulietta degli Spiriti, Satyricon, Roma, Amarcord. Una serie impressionante di capolavori, di veri monumenti della civiltà per un trentennio. È l’intero ritratto dell’Italia: non quella del dopoguerra, dell’Italia eterna. Di tutti noi. Fossero vissuti nel Rinascimento, Fellini sarebbe stato Bronzino, Rota insieme Luca Marenzio e Adriano Banchieri. La “rivoluzione vicissitudinale” ha portato l’arte figurativa e la musica “forte” ai margini della vita artistica e sociale. Restava il cinema. Rota è stato non il collaboratore, il co-autore delle opere del nostro più grande regista.

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