Il Fatto Quotidiano, 15. II. 2019

Martedì 12 mi giunge una e-mail di Marco Travaglio. Asserisce di trovarsi in Marocco, che gli hanno rubato portafogli e telefono e di essere sottoposto a un ricatto avendo tradito la moglie con una minorenne: e foto hard potrebbero esserle ostese. Richiede pertanto un urgente soccorso fraterno. Lo stesso giorno coloro che si trovano sulla rubrica della mia posta elettronica ricevono da me lo stesso tipo di messaggio.  Se Marco e io andassimo con minorenni non lasceremmo tracce; e chi mi conosce sa quanto sia restio a muovermi da Napoli. A novembre bussavo analogamente a denari dalla Costa d’Avorio. Qualche coglione ha persino abboccato, e in alcuni casi, mosso a pietà (pretendevano il mio ringraziamento…), li ho ristorati del danno dovuto solo alla loro stupidaggine.

   Ho scritto più volte di non essere per principio contrario a “internet”. È uno strumento neutro, che può essere utile a chi, dotato di intelligenza e cultura, se ne serve e non ne è schiavo. Ma il livello attuale di alfabetizzazione, e di nozioni possedute, è così basso che la gran massa ne è dominata. Dal piano politico a quello ideologico se ne può fare quel che si vuole, le si può far credere qualsiasi cosa: dalla terra piatta all’imminente fine del mondo con ritorno del Cristo Giudice al fatto che l’Aids non esiste. Perciò truffe siffatte sono ignobili: troppo facili, non implicano alcun rischio per chi le commette.

   La truffa vera è un’arte: e il truffatore, se è un artista, va profondamente rispettato. Due fra i più bei films della storia lo isegnano: Totòtruffa, di Camillo Mastrocinque, con Totò, Nino Taranto, Ugo D’Alessio e Luigi Pavese, e Come rubare un milione di dollari e vivere felici, di quell’altro genio ch’è William Wyler, con Audrey Hepburn, Peter ‘O Toole, Hugh Griffith e Charles Boyer. Nei romanzi di Thackeray e Dickens è raccontato il duro tirocinio londinese alla truffa e al furto, compresa la paideia fatta a bambini dello sfilo dei fazzoletti. Questo oggi sarebbe impossibile perché quasi tutti adoperano schifosi pezzettini di carta.  In Balzac la serie di truffatori è amplissima, e questo Maestro mostra che il successo rappresenta la loro consacrazione: più riesci a rubare, più in alto sei nella scala sociale.

    Qualche anno fa fui vittima di un ingegnoso raggiro. Uscivo a Milano da un albergo di Corso Venezia, quasi ai Bastioni. Vengo avvicinato da un negro di mezza età, distintissimo. Mi chiede, in ottimo francese, se parlo questa lingua. Alla mia risposta affermativa, mi spiega di essere un medico laureato in un paese centrafricano e di essere iscritto a un’università italiana per riottenere la laurea da noi non riconosciuta. Esibisce documenti. Gli serve un aiuto per le spese di segreteria. Io ero del tutto affascinato. C’era un bancomat a pochi metri. Il massimo che potessi ritirare erano mille euro. Quando egli mi chiese se non vi fosse modo di trovarne altri mille, compresi di trovarmi di fronte a un simulatore: il quale aveva fatto lo sforzo di informarsi – e come? - su chi io fossi, sulla mia conoscenza del francese, sulla mia disposizione d’animo. Che volete? Dovevo denunciarlo? Il pover’uomo avrà avuto certo anche un palo (e dove: in albergo? alla Scala?) da compensare. Gli lasciai i mille euro, gli strinsi la mano e gli feci gli augurî. “Ecco un artista!”, grida Tosca quando Cavaradossi cade sotto le finte pallottole. Solo dopo si accorgerà ch’erano vere, e che ella a sua volta era stata truffata da quel genio di Scarpia, inutilmente pugnalato.

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