Il Fatto Quotidiano, 21. I. 2019.

    Posso parlare ancora del Natale napoletano? Tutti sanno che l’aspetto principale della festa è costituito dal Presepio, anche se oggi, fuor di Napoli, quest’istituzione, o arte, è ricordata soprattutto per la commedia di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello. Ma il Presepio napoletano ha caratteristiche tali da farne un unicum.

   Incomincio col dire che il più bello del mondo si trova nel Museo della Certosa di San Martino. (Altri, alcuni preziosissimi, sono allocati in case private. Un tempo averne uno era un orgoglio patrizio e granborghese.) Napoli, si dice, è diventata meta turistica alla moda. Sarà: vedo stranieri che la percorrono a piedi reggendo in mano la bottiglietta di plastica dell’acqua minerale, e nei bar non consumano neanche un caffè. Questo museo è, per fortuna di chi ama tornarci, pochissimo frequentato; per disgrazia, invece, buona parte ne è chiusa per carenza di personale; la stessa chiesa, una delle più fastose del mondo ancorché di piccole dimensioni, si può scorgere solo dall’arco dell’ingresso, così che le cappelle laterali, diverse l’una dall’altra con arte somma e ornate di sculture della scuola berniniana, sono pressoché invisibili. Ma il Presepio “Cuciniello” è per lo più contemplabile. Michele Cuciniello, morto nel 1889, architetto, ebbe vita avventurosa. Esulò a Parigi in quanto patriota, e quando tornò nella natia Napoli continuò un’attività di drammaturgo popolare che aveva iniziata nella capitale francese. Ma raccolse per tutta la vita i cosiddetti “pastori”, come metaforicamente si chiamano i personaggi dei Presepî. Nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento la voga di queste Sacre Rappresentazioni scultoree fu tale da far nascere una vera e alta forma d’arte della terracotta e stoffa preziosa, illustrata da scultori come il Sammartino e il Bottiglieri. Cuciniello collezionò il meglio che si trovava sul mercato, e il meglio della sua collezione venne da lui allestito nel 1879: è nello stato in che lo volle il grande mecenate.

   Il Presepio nasce dalla rappresentazione della Natività, arte antica quanto la religione cristiana. Ma Napoli – parlo della Napoli storica, ché quella attuale è un indefinibile melting pot – cristiana non è mai stata: al massimo cattolica, giacché il cattolicesimo ha avuto il genio di sussumere quel paganesimo che storicamente aveva sconfitto. Così la Natività napoletana diviene altro dalla evangelica, sebbene una corona di angeli, che anche il Cuciniello ha scenograficamente disposta a benedire il suo Presepio, canti il Gloria in excelsis Deo. La canta al triumvirato sacro, il Bambinello, la Madonna, San Giuseppe, relegato nelle rovine d’un tempio pagano (la sconfitta degli “dèi falsi e bugiardi”) che, piccolo piccolo, quasi non si scorge nella ricchezza della scena circostante. Il corteo dei Re Magi, con l’esercito, i servi, i nani, i buffoni, le scimmie, i cani e i leopardi al guinzaglio, e l’intera orchestra, ha un rilievo infinitamente maggiore. E poi ci sono le botteghe: la macelleria, i venditori ambulanti di pesce, carne cotta, frutta, verdura, la zingara che dice la ventura, i contadini vestiti a festa. E la Taverna: al di fuori della quale sono esposte le carni, i salumi, che si consumeranno. Il tempio del Cibo, ossia l’esorcismo verso la Morte. Il Bambinello viene a patire per redimere una Natura che d’esser redenta non ha nessuna voglia. Ecco il Presepio napoletano.

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