Libero, 28. XII. 2018

 

Il più illustre fra gli artisti che in quest’anno se ne sono andati è Guido Ceronetti. Mi auguro che i suoi libri, riediti dalla Adelphi, possano, a onta dell’arduo stile e dell’arduo pensiero, continuare a far ricordarlo a lungo. Adesso desidero invece rievocare un grande uomo di cultura che ci ha lasciato il 26 dicembre di trent’anni fa, Massimo Mila. Questa data è insieme una fine e un inizio, giacché la prima composizione del giovanissimo Monteverdi, a lui diletto, è in onore del Protomartire in tal giorno venerato: Lapidabant Stephanum.

   Lo storico della musica non ha bisogno di memoria. I suoi libri sono sempre onorati, e hanno formato generazioni sia di docenti che di colti musicofili. I suoi corso universitarî torinesi danno l’idea dell’ampiezza delle sue vedute, giacché andavano dall’ “Autunno del Medio Evo” alla musica contemporanea. Anzi, se un difetto intellettuale egli aveva, era la sua fiducia, ingenua e generosa a un tempo, nella modernità, nella cosiddetta “Avanguardia” e nel futuro della composizione. La condivideva con molti cretini; ed era intelligentissimo.

   Siccome è stato uno dei grandi amici della mia vita, racconterò aspetti dell’uomo che valgono a integrare il suo ritratto. Inutile dire della sua generosità, umana e intellettuale. Era stato uno dei pochi veri antifascisti pre-1943. La sua prima galera se l’era fatta a diciannove anni, quando aveva aderito al manifesto di Benedetto Croce contro i Patti Lateranensi. Indi cinque anni a Regina Coeli, donde uscì solo per essere arruolato in guerra. I suoi racconti della detenzione non sono un lamento: sono animati da una sorta di sottovalutazione del patimento e da quel suo immenso senso dell’umorismo prettamente torinese. In carcere tradusse Hermann Hesse e Wagner. Dopo, non sfruttò la sua vicenda per far carriera, tese quasi a farla dimenticare. Fu vicino al PCI, come molti intellettuali crociani che vi passarono a fascismo morto; per anni scrisse sull’ “Unità”; fu un comunista critico e coraggioso, e dal comunismo si distaccò.

   Nel 1974 uscì il mio primo libro, sulle Opere tragiche di Rossini. Non ci conoscevamo ed egli mi fu generosissimo recensore. Lo vidi alla presentazione, che si fece al “Regio” della sua città. A novembre – avevo ventiquattro anni – divenni (arrossisco) suo collega, in quanto professore al Conservatorio torinese. Non parliamo del livello: il direttore era un grande compositore e pianista, Sandro Fuga, e c’erano fior di maestri. Torino era la città ridicola immortalata dai due grandi romanzi di Fruttero e Lucentini, ed era città bellissima e di viva cultura. Divenni amico della coppia di sommi scrittori, di Maurizio Corgnati, del libraio ed editore Mario Fogola. Tutto finito. Mila aveva lasciato il Conservatorio per l’Università. Credo che non sia mai diventato professore ordinario. Alcuni anni prima si era presentato a un concorso ed era stato bocciato. Forse per motivi politici. Un caso clamoroso. Non sapevo ancora che la stessa sorte sarebbe capitata a me; anche il mio caso fu determinato da ragioni politiche, perché avevo osato essere assunto come critico musicale al “Corriere della Sera” senza passare per il beneplacito dei “Salotti” milanesi e del PCI, loro strumento. Fu una delle mie fortune, col senno di poi.

Mila aveva quarant’anni più di me ed era un monumento. Mi disse subito “Diamoci il Tu!”. Dovetti vincermi. Cenavamo spesso insieme. Si parlava di tutto. Il fatto che la pensassi diversamente da lui su tante cose non gl’importava nulla. Era un narratore delizioso. Il primo oggetto della sua ironia era lui stesso. A quell’epoca incominciava una relazione con la germanista Anna Giubertoni, che avrebbe sposata una volta morta la moglie. Questa anziana e modesta signora era sempre con lui ai concerti e alle “prime” del “Regio”. Le brillavano gli occhi all’idea di esser in pubblico col suo Massimo. “Figurati”, mi raccontò commosso lui, “quando è morta ho trovato un armadio chiuso nella sua camera da letto con i ritagli di tutti i miei articoli della ‘Stampa’!”. Una sera m’invitò in una piccola trattoria sotto i portici di Piazza Castello. Mi offrì del ragù alla carne di asino. Lo trovai squisito; non sapevo di esser complice del delitto verso uno degli animali più intelligenti, pazienti e terapeuti, nella sua grandezza d’animo, che esistano. Un’altra volta gli proposi di cenare con me. “Non posso”, rispose, “ma mi vergogno a dirti il motivo!”. Frequentava le palestre per assistere ai campionati di boxe dei dilettanti. Ve lo immaginate, un altro aulico intellettuale, membro del ”parlamentino” della Einaudi con Galante Garrone e Bobbio, avere gusti simili? Ecco perché stava un gradino sopra di loro. Un settembre ci trovammo per caso, ciascuno alla guida della propria automobile, al casello di Chiusi, diretti a Siena. Lo superai con la mia “Mini-minor” ed egli mi superò a sua volta. Incominciammo a correre a tutta forza. Arrivò prima lui, e gli occhi gli scintillavano di malizia come a uno scugnizzo; ma credo fossimo vivi per miracolo, tante pazzie facemmo. Il candore col quale scherzava su di sé era immenso. Studiava molta musica nuova leggendosela al pianoforte. Una volta volle eseguirsi la Sonata per corno e pianoforte di Hindemith. “Non mi raccapezzavo, in quella cacofonia!” E mi confessò di essersi scordato che il Corno in Mi bemolle è scritto in questa tonalità, e quindi lui stava leggendo la parte pianistica in Do… Hindemith era un fiero nemico della bitonalità ….

   Mila fu anche provetto alpinista, in Europa, Asia, Africa. Gli scritti sulla montagna sono fra i suoi più personali e belli. Una silloge, con gran tratti di epistolario – ricordo la sua grafia nitida e ordinata, da antico insegnante elementare – per cura di Anna Giubertoni col titolo I due fili della mia esistenza è stata ora edita dal Club Alpino Italiano. Se molte pagine sono solenni, e molte tecniche, in altre rispunta il suo spirito: come quando si fa beffe di quelli che affermano che in cima alle vette si sentono più vicini a Dio.

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