Il Fatto Quotidiano, 20. XII. 2018 

 

 Ho già scritto su queste colonne delle assurde messinscene di due capolavori di Verdi, l’Attila per inaugurare la stagione della Scala, il Rigoletto per aprire quella dell’Opera di Roma. Verdi, finché visse, fu implacabile nell’esigere il rispetto della sua didascalia, sia perché credeva nella sua capacità di creare attraverso la musica l’ambiente del passato, sia perché, il più conciso dei compositori di teatro, riesce al miracolo di far coincidere la forma musicale con una vera e propria minutissima regia. Ora è indifeso. Ho ascoltato solo un’intervista di Daniele Gatti, che ha concertato il Rigoletto romano; le fini e apprezzabili osservazioni ch’egli fa sul ripristino dell’autentica lezione musicale dell’Autore sono in troppo palese contrasto con il suo accettare il trasporto dell’Opera sotto la Repubblica sociale, col Duca in camicia nera e Rigoletto non più gobbo né col berretto a sonagli del pazzo-buffone.

   Ho invece assistito a un Rigoletto semplicemente meraviglioso in questi giorni in scena (fino al 23) al Teatro Lirico di Cagliari. Il regista Pier Francesco Maestrini e lo scenografo e autore delle proiezioni Juan Guillermo Nova si spingono sino alla citazione elegantemente dotta nel ricreare una Mantova cinquecentesca adoperando affreschi di Giulio Romano che ornano il Palazzo Te. Il Mincio, di che il padano Verdi ti fa addirittura sentire l’ odore portato dal vento della finale tempesta, è lì, e il buffone, divenuto terribile vendicatore, giunge sull’onda alla casa di Sparafucile, sita sulla riva. Un particolare mi ha particolarmente colpito. Il libertino Duca è attirato a casa della prostituta Maddalena, la quale esercita protetta dal fratello – e questa è storia eterna, sono spessissimo fratelli e mariti i “ricottari”. L’Opera presuppone ch’egli la possegga: ma il “tempo” del rapporto, dopo il quale il Duca, stanco, s’addormenta, dove s’infila nella musica? Maestrini ha l’idea di farlo consumare all’aperto, davanti a tutti, durante il Quartetto Bella figlia dell’amore: Rigoletto vi assiste con cupa gioia, Gilda con disperazione.

   Ancor più interessante la concertazione di Elio Boncompagni, un grande Maestro che forse sta dando il meglio di sé dopo gli ottant’anni. Il suo assolutistico ritorno alla partitura originale – ch’è ancora, di questi tempi, rarissimo – nasce dalla convinzione radicata che in Verdi la forma musicale e il fatto drammatico si compenetrano come in alcun altro creatore. Perciò non parlo solo dell’aver egli eliminato tutte le note false sostituite alle autentiche da una “tradizione” significante tradimento, le pause aggiunte, i “rallentando” e gli “accelerando” arbitrarî, gli effettacci di “parlando”, e altro. Boncompagni stabilisce, unendo arte e scienza, relazioni fra i tempi musicali dei singoli brani di che il capolavoro è fatto che mettono in rilievo l’unità strutturale dell’Opera come mai non è avvenuto. La trasparenza e la leggerezza del suono rivelano la natura squisitamente cameristica del Rigoletto. Le prospettive polifoniche sono mirabilmente delineate. Il soggetto più anticlassico, l’apparizione in musica della categoria del laido, è trasposto in opera intimamente classica. Verdi è un vero genio latino, e Boncompagni lo dimostra coi fatti.

   Delle due compagnie ricorderò gli eccellenti baritoni Marco Caria e David Cecconi, gli ottimi tenori Stefano Secco e Alessandro Scotto di Luzio, il bravissimo Monterone di Cristian Saitta, una brava Gilda, Marigona Qerkezi, una discreta Gilda, Desirée Rancatore. Ma tutti, e gli altri, attenti e disciplinati.

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