Il Fatto Quotidiano, 25. XI. 2018. 

 

All’inizio del 2017, bimillenario della morte di Ovidio, relegato da Augusto nella gelida Dacia, incominciai a lamentare che in Italia nulla si facesse per onorare una delle nostre massime glorie. Certo non ci si poteva attendere alcunché da un ministro dei Beni Culturali come Franceschini, occupato a pubblicare raccontini in costante conflitto colla grammatica e la sintassi: e i giornali di essi, non di Ovidio, si occupavano tessendo le lodi, quasi fosse rinato Pirandello.  Alla fine del 2018  la fortuna del Poeta di Sulmona ha subito un incremento un anno fa impensabile, dovuto a un concorso di cause in apparenza miracoloso. In primavera è apparso un grande libro, Ovidio. Relativismo dei valori e innovazione delle forme (Edizioni della Normale di Pisa, pp. 437, euro 40). L’Autore è uno dei più importanti storici viventi della letteratura, irpino e pisano di cattedra, Antonio La Penna. A novantadue anni rilegge l’opera del Poeta con un continuo aggiornamento prospettico, con gioia di narratore, con sapienza di particolari; la sua pagina è dotata di una particolare limpidezza e persino di un garbo narrativo che la rende superiore a quella dei più celebri specialisti ovidiani stranieri, come Charles Segal. E confuta definitivamente, pur senza dismettere verso il Sulmonese un’occasionale e, oso dire, eccessiva severità, la svalutazione tradizionale di quello chiamato con disprezzo un “solo musicale ma superficiale versificatore”, di Luigi Castiglioni ed Ettore Paratore.

   Poi c’è stata la mostra sul Poeta e il suo riflesso sull’arte alla Scuderie del Quirinale, apertasi ai primi di ottobre e visitabile sino a gennaio. È di così sensazionale livello che posso solo menzionarla, degna com’è almeno di un intero articolo. Tre anni di lavoro, e l’équipe vi si è dedicata sotto la direzione dell’archeologa padovana Francesca Ghedini: una signora bella ed elegante che, alla visita volta a illustrare la mostra ai giornalisti, rispondeva con imperturbabile cortesia alle domande di fantascientifica idiozia poste dai cronisti romani (“Ma nzomma, sto’ poeta è na specie de Kamasutra, no?”).

   Ora esce un suo ritratto di Ovidio, Il poeta del mito. Ovidio e il suo tempo (Carocci, pp. 325, euro 29), così bello e importante che merita di esser accostato all’opera di La Penna. Non si creda all’understatement della prefazione. Non si tratta d’un’opera volgarizzativa, ancorché lo stile deliziosamente semplice ne renda la lettura piacevole a chiunque. La Ghedini ricostruisce la vita del Poeta alla stregua di una formidabile conoscenza politica del principato di Augusto e di Tiberio: lo colloca nel suo tempo; e spiega quanto complessa sia la causa (meglio, il concorso di cause) che portò lo spietato Principe a relegare il Cantore in un luogo inaccessibile e inospite, ove morì disperato. Poi, non senza illustrare la nascita del suo rapporto con l’arte figurativa, la scrittrice “legge” l’opera poetica del Sulmonese. Pianamente, ma con grandissima sagacia. La decostruisce e ricostruisce. Da ogni pagina, si vede che, là ove tratta di un particolare mito, ha sempre presente, per lunga e profonda conoscenza, l’intera opera del Poeta. Tutto è messo in relazione con tutto. Il libro della Ghedini resterà. E vengo alla attuale scarsa cultura degli archeologi. A me sovente paiono in rapporto con i detentori della cultura classica come i chirurgi stanno ai clinici. Francesca Ghedini è un grande clinico che fa anche il chirurgo.  

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