Il Fatto Quotidiano, 15 XI 2018

 

   Fanno ventott’anni che Leonard Bernstein ci ha lasciato, e cento da che era nato. Riesco a ricordarlo solo giovane, scattante, elegante sebbene nuovayorchese , e con un suo straordinario fascino sexy un po’ da rettile, un po’ da felino, accentuato dalle ombre dello sguardo. Invecchiò precocemente e male. Il troppo whisky gli aveva fatto crescere un ventre gargantuesco che rendeva penosi i balletti sul podio, ridicoli anche durante la giovinezza. Infatti, quando dirigeva, era tutto un ammiccare, un volgersi, un danzare, uno sculettare. E ciò era perfettamente consono allo stile rapsodico e irrazionale delle sue interpretazioni. Quando dirigeva la musica propria, e anche alcuni del Novecento, come Stravinskij, era grande: sebbene il Maestro russo, cultore del rigore, non potesse amarlo. Ma in Haydn, Beethoven, Brahms, Bizet, Ciaikovskij, ogni giorno andava come andava; e quasi sempre malissimo. Non parliamo di Verdi e Puccini. Una delle sue ultime apparizioni fu un’imbarazzante Bohème all’Accademia di Santa Cecilia: era giunto impreparato, teneva la testa nella partitura per tema di perdersi. L’Europa l’ha rovinato più degli Stati Uniti: l’Europa nella quale gli facevano credere che fosse più grande di Karajan: ed egli, per un periodo, se l’è bevuta. Nel suo paese, certo, fece una bruttissima azione: Dimitri Mitropoulos, uno dei sommi direttori di tutti i tempi, lesse sul giornale di essere stato licenziato dalla Filarmonica di New York, a favore del giovane arrampicatore. “Lennie” avrebbe fatto carriera pur senza macchiarsene.

   Era impastato di musica, era un musicista di alta sfera.  Per questo ho spiegato il suo punto debole: l’esaltazione acritica impedisce di cernere quello che lo rende immortale. Non ricorderò il pianista di talento, non ricorderò quanto abbia servito alla diffusione della cultura musicale con trasmissioni televisive in apparenza facili, in realtà profonde. Bernstein è stato un grandissimo compositore. E il compositore ha poco in comune con il direttore. Estroso, brillante, a volte snob, a volte pieno di pathos che gli veniva dallo straordinario dono melodico del quale era dotato: ma sempre con arte profonda, tecnica impeccabile, tanto maggiori quanto meno ostese.

   La sua produzione si divide in due categorie. Le opere, dirò così, “ufficiali”: le Sinfonie, la Messa, i Salmi. Produzione di compositore provetto, un po’ accademico: quasi ch’egli sentisse il bisogno di essere consacrato dall’accademia. E il resto: da West Side Story, uno dei più bei musicals mai scritti, al Candide, ai vari pezzi nei quali contamina con assoluta felicità stilistica il jazz con la composizione tradizionale. Qui ha una libertà, un estro, un’ispirazione, meravigliosi, che fanno tutt’uno con la sua libertà dalla moda e dalla cosiddetta “Avanguardia”. Anche questa contaminazione non l’ha inventata lui: prima, e con risultati supremi, l’hanno praticata Ravel, Debussy, De Sabata, Gershwin, Porter. “Lennie” ha aggiunto una sua parola a questa linea stilistica tra le più feconde del Novecento, degna dei suoi predecessori: anche se di genî come Gershwin ne nasce uno al secolo. I più grandi compositori americani del Novecento, Gershwin, Porter, Copland e Bernstein, sono omosessuali: pur se il primo, data l’epoca, non manifestasse pubblicamente la sua natura. E “Lennie”, ottimo marito e padre, omosessuale era in modo prorompente. Per un periodo della sua vita combinò questo con un impegno antirazzista, di sinistra generica e salottiera, se la faceva con le Black Panthers, tirava cocaina e chissà che altro, beveva. Era una manifestazione della sua gioia di vivere. Ricordo che un anno (si era nei Settanta) al festival di Salisburgo, dove dirigeva e assisteva ai concerti degli altri, prese una suite matrimoniale nel più lussuoso albergo collinare con Justus Frantz, un biondo, efebico e, musicalmente, assai poco dotato pianista tedesco. Aveva sfasciato il ménage di costui con Cristoph Eschenbach, idem. Ménage artistico ed erotico. Eschenbach aveva una testa con un’esiguissima schiera di capelli, rari nantes in gurgite vasto. Prima dei concerti perdeva ore, in camerino, ad attaccarseli con lacca, bigodini, forcine. Attualmente è rapato, ma senza incremento artistico.  Adesso questi due arrancano facendo, ognuno per sé (Frantz è ossigenatissimo …), i direttori d’orchestra, come tutti i pianisti finiti: loro non erano nemmeno incominciati. Di Bernstein, ch’era una caricatura di Fritz Reiner, sono a loro volta una caricatura. Il genio di “Lennie” rifulge tra gli astri.

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