Libero, 14. XI. 2018

 

Certo non cadrò nel cattivo gusto di recensire su “Libero” l’ultimo libro del direttore di “Libero”, Il borghese. L’ho presentato insieme con Vittorio Feltri nella Sala degli Angeli di quel paradiso napoletano ch’è l’Università Suor Orsola Benincasa, un immenso giardino pensile che collega la mezza costa con l’altura di Castel Sant’Elmo; e nel corso della presentazione ci davamo qualche gomitata, e facevamo anche battute a (non sempre) mezza bocca sui tromboni che invece di illustrare il libro panegiricizzavano se stessi. Come quasi ogni volta. Il più succinto e lucido è stato Ciriaco De Mita.

   Ma voglio parlare di una grave omissione che, in una sintetica galleria di ritratti e ricordi, Feltri fa. Omette per generosità d’animo e per ispirarsi all’imperativo parce sepulto. Non condivido tale generosità né ritengo che a questo sepultus si debba parcere: il tacere significa impedire a chi non sa né può sapere, perché nessuno glielo insegna, qualcosa che va conosciuto come esempio di viltà e bassezza.

   Incominciamo dalla parte comica. Franco Di Bella, il grande direttore del “Corriere della Sera” che aveva valorizzato Vittorio e assunto me, venne fatto fuori col pretesto dello scandalo della P2: Di Bella, nella sua ingenuità, si era iscritto perché gliela aveva chiesto l’amministratore di allora, Tassan Din, il quale aveva, egli sì, torbidi legami col Banco Ambrosiano di Calvi e chi sa con chi altri. Lo stesso Angelo Rizzoli, che poi venne arrestato e pagò per tutti, era un ostaggio nelle sue mani. Venne nominato allora direttore Alberto Cavallari. La modalità e la procedura della nomina di costui, che illustro più avanti, furono scandalose. Ma rientravano in un dominio assoluto che il Pci e i “Salotti” milanesi avevano nel 1980 del mondo della cultura e dell’informazione, paralizzata la DC dai postumi dell’assassinio di Moro e dal “compromesso storico”. Ora, i due presunti fascisti –  Vittorio ha benissimo detto, non esser egli antifascista solo perché il fascismo non c'è più;  e mi associo – appartenevano alla immensa falange – dodici persone in tutto – che, o per essere, come noi, vicine al Partito Socialista, o per decenza professionale, si schierarono contro la nomina nella votazione di gradimento, Non c’era bisogno che il notaio sopraintendente alla votazione segreta, fiancheggiatore dell’organismo sindacale manovrato dal Pci, spifferasse a Cavallari i nomi dei dissenzienti: lo avevamo dichiarato subito noi stessi.

   Cavallari era un alcoolizzato dalla sbornia triste; era, soprattutto, affetto da odium humani generis. Incominciò a perseguitare i dissenzienti, nonché poi molti altri che non manifestavano verso di lui cupiditas serviendi, quella “cupidigia di servilismo” dell’inarrivabile espressione di Tacito. Sospese la pubblicazione dei miei articoli, seviziò Vittorio. Venimmo confinati in una stanza senza finestre al pian terreno, la superficie della quale corrispondeva a quella della nostra scrivania (una in due), più venti centimetri per consentirci di strisciare verso la porta. Ogni volta che quello seduto nella parte interna della nicchia funebre - ci scambiavamo cavallerescamente il posto - doveva (exempli gratia) andare a pisciare, una cerimonia retta da etichetta Ancien-Régime aveva inizio. “Vittorio, ti chiedo scusa, ti dispiacerebbe alzarti e uscire affinché io possa arrivare alla porta?” E viceversa.

   Dalla parte comica entro nel registro tragico. Fine della traversata del deserto.  Piero Ostellino, scomparso quest’anno, divenne direttore del “Corriere” nel 1984. Il secondo giorno della sua direzione, pubblicò un articolo di fondo di Giuliano Zincone. Quest’altro grande giornalista e grande amico era stato dal “Corriere” prestato al quotidiano genovese “Il Lavoro”, che stava a cuore a Sandro Pertini. Nel 1980 le Brigate Rosse avevano rapito un magistrato e, per rilasciarlo, richiesero che i giornali pubblicassero un loro comunicato. Il Pci continuava a dettare la “linea della fermezza”: nata col rapimento di Moro, più da necessità politiche interne ed esterne del Partito Comunista che da un’ampia visione di politica nazionale. Tutti vi si attennero, salvo Zincone, il quale contribuì a salvare la vita del giudice D’Urso. Ben sapeva che avrebbe perduto il posto; ma aveva il diritto, garantitogli dalla legge, di riprendere il lavoro a via Solferino, ove era restato un dipendente quale inviato e fondista. Non gli venne consentito da Cavallari, ripeto, sotto tutela del Pci e dei “Salotti” milanesi, i quali a volte facevano da raccordo fra il partito e tutto il mondo collocato alla sua sinistra. Tre anni di morte civile per Giuliano …

   Cavallari, ripeto, era subentrato a Franco Di Bella: ma in un modo umiliante ancor più per la carica che per lui. Il Pci aveva imposto che il candidato direttore si facesse rilasciare un preventivo “certificato di antifascismo” da personalità esterne del mondo politico e a lui gradite. Condizione rifiutata con sdegno da un giornalista dotato di altissima e diversa statura come Alberto Ronchey, e che suscitò del pari lo sdegno di Enzo Biagi. Della persecuzione di Cavallari Zincone fu la prima vittima; Ostellino la più illustre. Ostellino, pure al quale venne impedito di scrivere, era in prima linea perché, da corrispondente a Mosca e a Pechino, aveva narrato l’orrore burocratico, oltre che la tirannia, del comunismo; e le terribili condizioni della vita quotidiana sotto i due regimi. Nella sua capacità di obbiettivo narratore del comunismo, il mite e cortese Piero si è conquistato nella storia un posto non inferiore a quello di Arthur Koestler, perseguitato parimenti dai nazisti e dagli stalinisti; oltre che dai fiancheggiatori europei.

   Cavallari non riuscì a licenziare nessuno dei perseguitati: erano troppi e aveva sparato a tutti insieme invece che scientificamente, uno alla volta. Egli viveva asserragliato in direzione e nei contigui ristoranti, la bottiglia di whisky accanto al piatto, sempre preda del sospetto, del delirio di persecuzione.

   Il discorso di insediamento di Ostellino andrebbe ripubblicato, essendo un modello di buona cultura istituzionale e della libertà. Subito dopo averlo pronunciato egli pregò Cavallari di passare nel suo studio. Questi si rifiutò; Ostellino lo raggiunse in corridoio e gli disse che, essendo il “Corriere” un club, egli era uno dei soci privilegiati, e che naturalmente lo pregava di restarvi quale fondista principe. Posseduto dal rancore, Cavallari gli girò le spalle senza nemmeno rispondere; e andò a sfogare tale rancore a casa Scalfari.

   I sopravvissuti di questa saga sono tre: Scalfari, Feltri e io. Alla presentazione napoletana del libro qualcuno indicò il fondatore di “Repubblica” come un “gran borghese”. Non è elegante citare se stessi, ma lo faccio. Risposi che costui è passato dallo stato della “meza-cazetta” calabrese a quello del plutocrate senza esser trascorso per lo stadio borghese. E beato lui: infatti non ha mai avuto dubbi né sull’italiano, né sul latino, né sulla Verità.

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