Libero, 4 XI 2018

Rossini, del quale ricorre il centocinquantenario della morte – e ne parleremo -trascorse a Napoli sette anni: dal 1815 al 1822. Era il compositore di Corte e il direttore artistico del San Carlo. Questi sette anni sono capitali per la storia della musica. Nel corso di essi egli compose (non per Napoli) i suoi capolavori comici, che dalla categoria del comico trapassano all’indagine del cuore umano nella sua abiezione e nella sua altezza (Il barbiere di Siviglia), e nella stessa metafisica del comico e della passione (Cenerentola). Ma per Napoli scrisse una panoplia di Tragedie in musica che sono tra i vertici dell’arte italiana: dall’Otello al Mosè alla Donna del lago all’Armida all’Ermione. Gioacchino non apparteneva alla Scuola Napoletana, sebbene l’opera di Scarlatti, Pergolesi, Jommelli, e soprattutto Cimarosa e Paisiello, sia la fonte primaria del suo stile; ma a Napoli, ch’era ancora la città più importante per l’insegnamento della musica, d’insegnare non ebbe tempo: occupato com’era, oltre che nel “matto e disperatissimo” impegno compositivo, in un eros indefesso e nella incredibile crescita della sua cultura e della sua personalità.

   Nel 1816 era morto Paisiello. Direttore del Conservatorio era divenuto Nicola Zingarelli, nato nel 1752, una sorta di fossile storico, diciamo un garbato Paisiello-Cimarosa di serie b. Passatista, però, e pervicace, quanto a dottrina. Si tramanda aver egli detto che se Mozart non fosse morto così giovane, avrebbe potuto scrivere qualcosa di buono: una bestialità simile nemmeno un baggiano da commedia può averla pronunciata, ma vale, come leggenda, a mostrare l’immagine che di lui si aveva. Vero è invece ciò: una volta che Rossini effettuò in Conservatorio una visita di cortesia (avrà avuto ventisei anni), Zingarelli lo accusò di “guastargli tutta la scuola”, visto che i giovani imitavano soltanto lui. E il Cigno, serafico: “Avete ragione, illustre Maestro, Non dovrebbero imitare che Voi!”

   E tuttavia Zingarelli non era un inetto quale insegnante, se alla sua scuola si sono formati due sommi compositori, Mercadante e Bellini. Ambedue dalla musica di Rossini vennero folgorati, e ne serbano le tracce per tutta l’opera, Ma sin dall’inizio posseggono qualcosa di proprio e diverso. E interessantissimo è il vedere come l’influsso e l’originalità si mescolino in modo miracoloso al sorgere di una storia creativa. Nel febbraio del 1825, pochi giorni dopo la morte di re Ferdinando, nel teatrino del Conservatorio Zingarelli volle far rappresentare il saggio col quale il ventitreenne Bellini passava dallo stato di studente a quello di Maestro. È un’Opera “semiseria”, ossia mista di comico e patetico, in tre atti su testo di uno dei più ingiustamente diffamati librettisti italiani, Andrea Leone Tottola: ma, giusta una moda d’imitazione francese che da noi fu effimera, con parti recitate in prosa. Il titolo è Adelson e Salvini: solo apparentemente profetico degli attuali lumi di luna, visto che Salvini è un geniale pittore italiano approdato in Irlanda e ivi quasi impazzito per amore. Le parti recitate, ma anche alcune in musica, consentono la presenza nella trama di Bonifacio, un servitore che Salvini s’è portato da Napoli: questi si esprime in una così saporosa e pretta lingua napoletana (che, col solito errore, la letteratura musicologica definisce “dialetto”) che i suoi dialoghi sono un capolavoro comico assoluto, in ispecie là ove egli latineggia e toscaneggia.

   Or questo saggio scolastico dell’altro Cigno, quello di Catania, è già alta arte: il genio si vede subito anche quando è costretto a dibattersi fra “maniera”, impronta rossiniana e carattere suo proprio; e potremmo adoperare un verso di Virgilio a sintetizzare il concetto, incessu patuit dea, “dal solo incedere si manifesta la Dea”. Nelle parti più apertamente buffe e, o, comiche, Bellini rossineggia: per esempio, in quel veloce “declamato” vocale sopra motivi tessuti dall’orchestra che, se non inventato dal Pesarese, di certo venne da lui consacrato come stilema tipico per un secolo; e nell’ampia, quasi monumentale struttura del Finale del I atto. Ma rossineggia con un’eleganza e un distacco mirabili che sarebbero stati apprezzati per primo da Rossini: il quale, più anziano di Bellini di soli nove anni, lo trattò sempre con paterno, protettivo affetto, e alla sua morte prematura precipitò in un’autentica prostrazione. Senonché, all’elegante manierismo il ventitreenne coniuga un ductus suo proprio, e inconfondibile. C’è la molle elegia, rorida di pianto, che si trasfigura in “Bello Ideale” in bilico tra Neoclassicismo e incipiente Romanticismo. Salvini è caratterizzato da un pathos fremente insieme e languido, la sua melodia sempre carica di “bemolle”, tra il Fa minore, il Do e il Sol minore: nel terzo atto canta una grande Aria preceduta da una scena in un Recitativo accompagnato di continuo franto e trapassante da un’agogica all’altra ch’è un quadro straordinario di una passione così eccessiva da farsi patologica. E c’è l’Aria di Nelly, in Re minore (ancora), Dopo l’oscuro nembo, ch’è un altro incunabulo del Romanticismo italiano: viene da Rossini, ma al tempo stesso segna una svolta radicale nella musica italiana.

    Parlo di un esemplare allestimento del saggio scolastico già capolavoro di Bellini. Forse qualcuno saprà che il mio disgusto verso l’attuale vita musicale mi ha portato con sollievo a rinunciare ad andare al teatro d’Opera e al concerto. Nel 2018 ho assistito a due concerti e a un solo spettacolo operistico, appunto Adelson e Salvini al “Massimo Bellini” di Catania, nella partitura preparata da Fabrizio Della Seta in vista della prossima edizione critica che gli si dovrà. Una garbata ed elegante regia di Roberto Recchia, ma soprattutto sul podio Fabrizio Maria Carminati. A Vittorio Feltri ricordo che questo concertatore è un suo concittadino: uno dei pochi Maestri serî, preparati, professionisti, antidivi, che oggi si contino, il quale alla tecnica e alla cultura unisce la sensibilità; e per questo, pur apprezzato, non fa una carriera adeguata ai meriti. La carriera la fanno i ciarlatani che dirigono a orecchio, si agitano, saltano, tengono la bocca aperta, cantano dal podio, quelli che piacciono alla vera silloge di cretini-furbastri costituente i soprintendenti italiani. Fra i cantanti ricordo due veri talenti lirici e melici, il tenore Francesco Castoro e il soprano José Maria Lo Monaco; mentre il “buffo” Bonifacio è strepitosamente interpretato da Clemente Antonio Daliotti.

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