Libero, 27. X. 2018

Interi quartieri di Napoli versano in uno stato che definire da periferia medio-orientale, o di Nuova Delhi, o da bidonville brasiliana, è eufemismo. E in questo, il sindaco Luigi De Magistris, è democratico. Non sono solo le atroci periferie come Ponticelli o Scampia a subire questo stato di cose. Anche i quartieri che i cretini definiscono “della Napoli-Bene” (e che invece sono abitati da una borghesia rapace, di recente arricchimento, sprovvista di senso civico e politico) versano in terribile abbandono. La collina di Posillipo un tempo era un simbolo della città più bella del mondo. Adesso le erbacce sono alte metri, sconnettono i marciapiedi e il manto stradale, insieme con le radici dei morenti pini, le quali, essendo essi senza alcuna cura, producono montagne di asfalto da loro gonfiate. Carte di giornale a tonnellate, immondizia, preservativi, cocci di bottiglia, gatti morti che per mesi nessuno rimuove … Le vie che congiungono la parte alta con quella mediana della collina, ossia la fine di via Manzoni, via Boccaccio, via Lucrezio, sono addirittura pericolose a percorrersi: se uno cade in una buca se ne accorgono quando è divenuto cadavere putrefatto. Via Lucrezio era un meraviglioso viale guidato da un doppio filare di pini: pochi giorni fa sono stati tutti tagliati perché, abbandonati a se stessi, ammalati, erano divenuti pericolosi. In pochi giorni il paesaggio di Napoli, ossia un patrimonio dell’umanità, è stato mutato: e quei filari di tronchi segati fanno pensare alle ferite di Cesare nell’orazione che Shakespeare fa pronunciare ad Antonio: “Povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me.” Esse dovevano testimoniare contro Bruto; queste povere bocche vegetali mutamente testimoniano contro il responsabile dello scempio, De Magistris.

Naturalmente, le maggiori vittime di una città divenuta disumana sono i poveri, i reietti, i diseredati: ossia quelle categorie delle quali De Magistris si proclama il paladino. Le migliaia di cittadini che ogni giorno debbono andare a lavorare adoperando i mezzi pubblici non sanno se arriveranno, quando arriveranno e se torneranno a casa. I mezzi passano una volta ogni tanto, le funicolari sono sovente chiuse senza preavviso per i più varî motivi, e accade lo stesso con le metropolitane. Le facce degli sventurati bloccati alle fermate hanno una rassegnazione antica, paiono quelle dei quasi servi della gleba in perpetua attesa della chiamata del “caporale” delle novelle di Verga o di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi. L’elettorato di De Magistris, un sindaco miracolato che aveva conseguito un quarto dei voti, fu di costoro che ha illusi, e poi dei “centri sociali” e similare genìa. Salvo questi, che gli resteranno, gli altri sono già acquisiti alla Lega o ai Cinque Stelle: la sua carriera politica è finita, e l’inspiegabile cecità del governo Gentiloni gliel’ha protratta, impedendo una doverosa dichiarazione di dissesto del Comune di Napoli.

Or costui ama definirsi un “Masaniello”, e l’ignoranza e, o, il servilismo generali gli attribuiscono l’epiteto così come Omero chiama Achille “dal veloce piede”. Ma chi ha letto un libro di storia? Tommaso Aniello era un pescivendolo analfabeta il quale capeggiò nel 1647 un’effimera, ma autentica, rivoluzione napoletana. Prima che degenerasse, per esser egli piombato in una follia tirannica che ne determinò perdita e morte, Masaniello dimostrò un incredibile intuito politico: si ribellò contro l’oppressione che un’avida classe borghese di appaltatori del fisco e una nobiltà priva d’ideali e divenuta solo una sanguisuga, faceva nei confronti de popolo. Egli ottenne conquiste sociali che in parte gli sopravvissero; anche perché aveva saputo seguire i consigli di un altro rivoluzionario (e poi martire) coltissimo, il doctor in utroque Giulio Genoino, fine politico che sapeva alternare la trattativa alla violenza. L’ “intellettuale di riferimento” di De Magistris – non sto scherzando - si chiama Patrizio Rispo, è un attore di Un posto al sole e, quando parla in italiano, è incerto sulle finali delle parole. De Magistris è un demagogo (non un “populista”, che in politica significa tutt’altro: anche qui basta leggere qualche libro di storia) senza essere un politico.

Voglio chiudere questa nota con Masaniello in scena, e in una luce di speranza. A Napoli esistono molti teatri di prosa che rappresentano spettacoli in (sedicente) napoletano, scenette scadenti di comici improvvisati o, pur se di talento, mortificati da testi di basso conio. Uno solo si dedica al classico repertorio nella vera lingua classica, il Sannazaro, che venne riaperto dalla grande Luisa Conte in collaborazione con straordinarî attori fra i quali spiccavano Nino Taranto e Ugo D’Alessio. Viviani, Scarpetta, commedie settecentesche. Luisa Conte era la nonna di Lara Sansone, che ne ha ereditato l’arte, il talento e il coraggio imprenditoriale. Guarda caso, la stagione del Sannazaro, gestita da Lara, si è appena aperta con un classico degli anni Settanta, il Masaniello di Elvio Porta e Armando Pugliese, un’abbastanza accurata (pur se un po’ invecchiata) ricostruzione storica della parabola del pescatore del Mercato. Lara Sansone vi recita e, da regista, imprime una tensione dionisiaca che rende il testo vivo e ancora credibile; e con lei, nella numerosissima, corale compagnia, Ingrid Sansone e un mostro sacro della prosa italiana, Leopoldo Mastelloni. Un vero evento teatrale e culturale. Anche se De Magistris ci andasse, non credo gli servirebbe per cominciare un “laboratorio” di autoconsapevolezza.

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