Il Fatto Quotidiano, 3. X. 2018

Ho fatto per quarantuno anni il critico musicale: ho smesso e penso come a un incubo alla – affatto ipotetica - eventualità che dovessi ricominciare. Attorno a me non vedo che desolazione, rovine, e un livello artistico e culturale così abietto da toglierti per sempre la voglia di andare all’Opera. Infatti non vado quasi più né a teatro né al concerto. Le cosiddette Fondazioni lirico-sinfoniche sono, secondo il ridicolo escamotage giuridico che le istituì, nella forma soggetti di diritto privato. In fatto, soggetti pesantissimamente sovvenzionati dallo Stato, dai Comuni e dalle Regioni. Come i musei, le gallerie, i monumenti. Ma questi sono tenuti in vita per preservare e offrire al pubblico il più ricco patrimonio artistico mondiale, quello della civiltà italiana. L’essenziale fisionomia di questo patrimonio d’arte e di cultura si completa solo con la musica. La sola ratio per la quale le Fondazioni ricevano le centinaia di milioni di euro loro destinati sarebbe che fossero i musei della civiltà musicale, italiana in primis, mondiale poi. Tutto il sistema della musica e della prosa italiane è oggi frutto delle nomine del satrapo Salvo Nastasi, che ha spadroneggiato per anni e distrutto l’acustica del teatro più bello del mondo, il San Carlo di Napoli: con ciò sfregiando il patrimonio artistico del pianeta. I teatri servono in gran parte per le demenziali masturbazioni dei registi (Michieletto, De Rosa, etc), lodati da quei marchettisti dei cosiddetti critici musicali che nessuno legge più e hanno a disposizione spazi irrisori su giornali che nessuno legge più. Lo scopo museale dei teatri (e delle istituzioni sinfoniche), il diffondere la cultura musicale e in particolare il nostro patrimonio che va da Monteverdi a Puccini, Alfano, Respighi, Petrassi, Maderna, Togni, ricco quanto quello delle arti figurative, è completamente mancato.

A teatro vanno solo sfaccendati, pensionati, vedove benestanti, che non capiscono nulla e applaudono sempre; o turisti ancor più ignari. Non conosco un sol soprintendente che abbia un minimo di cultura e persino di intelligenza: sono solo furbastri, capaci di galleggiare e animati da cupiditas serviendi persino quando non ne ricavano utile. Sono tutti dell’infornata Nastasi: abituati a essere servi di Nastasi, ora che costui è politicamente morto, continuano a obbedire al suo cadavere per riflesso condizionato, come il cane di Pavlov. Le stagioni sono fatte o con i raccomandati di Nastasi o con le agenzie. I soprintendenti pretendono di fare i direttori artistici e non hanno neanche sentito nominare Bach, Beethoven e Verdi. In tutti i teatri italiani esistono solo tre direttori artistici competenti e colti (posso fare i nomi: Meli, Nicolosi, Vlad) ma sovente sono costretti a fungere da segretari artistici a sovrintendenti che o preferiscono farsi preparare le compagnie dalle agenzie o fanno lavorare i raccomandati di Nastasi – o, adesso, il figlio della Casellati. Anche Roberto De Simone – che è troppo grande artista per esser nominato senatore a vita - ha affermato le stesse cose in un’intervista rilasciata a un quotidiano, ma l’intervista gli è stata censurata e trasformata in una “lettera al direttore” (come se il più grande compositore vivente italiano, insieme con Morricone, si mettesse a scrivere lettere ai giornali) onde il direttore potesse rispondergli prendendosi giuoco di lui: perché il quotidiano si è sentito automaticamente connivente con il teatro della città ove ha sede.

Paghiamo i dipendenti lasciandoli a casa fino alla pensione. Si risparmierebbe su tutto il resto. I ricavati della vendita dei biglietti sono irrisori. Il Maggio Musicale Fiorentino ha ricevuto in due anni una cifra che arrossisco a citare: avrebbe dovuto fallire da anni, le decine di milioni sono servite solo perché era il teatro di Renzi e Nastasi (e del povero Nardella, il pastore della meraviglia, come si dice a Napoli), e se ora non venisse liquidato sarebbe uno scandalo senza pari. Ma chiuderli tutti, e subito. Per cinque anni. Poi, scrivere una nuova legge che li consideri musei, non circhi equestri, impedendo che diventino il ricettacolo di Nino D’Angelo, Alessandro Siani, Maradona, Bellavista…. Musei con lo scopo di far conoscere il patrimonio della cultura musicale. Una parola nuova: fin qui non è stata mai pronunciata.

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