Barbadillo, 18. IX. 2018

Claudio Scimone, scomparso d’improvviso il 6 settembre sulla soglia di compire gli ottantaquattro anni, sono arrisi fama e successo ben più del riconoscimento del livello artistico e culturale. Questo era occultato, solo in piccola parte, dall’attitudine, dirò così, imprenditoriale, colla quale capeggiava I Solisti Veneti: ma far sopravvivere un’orchestra è di questi tempi arduo, e nessuno vorrà imputargli qualche manifestazione di gusto più facile a paragone delle cose altissime da lui fatte nei cinquantanove anni dalla fondazione dei Solisti e nel resto della sua attività.

Alla base del mancato riconoscimento della statura di Scimone un equivoco che si fa sempre più corrivo e volgare: la “Musica Barocca”. Oggi è quella più di moda; ed esistono non centinaia, migliaia di complessini che, richiamandosi a una presunta “prassi esecutiva originale” (non sanno nemmeno l’italiano: dicono “originale” invece di “autentica”) ci affliggono con esecuzioni dilettantesche nelle quali non esistono intonazione, fraseggio, non esistono le basi elementari della lettura musicale. E il concetto di “Musica Barocca” lo estendono come la pelle di zigrino: lo fanno incominciare all’incirca con Josquin e vi comprendono, poco ci manca, persino Beethoven: sovente eseguito, tuttavia, giusta gli stessi (non)principî dispensati a Vivaldi e Bach. Ma l’ignoranza e la decadenza dell’idea stessa di musica, oggi vigenti, rendono una sorta di obbligo religioso l’esecuzione “secondo la prassi esecutiva originale” e condannano all’ignominia quella che vi si discosti. Faccio un solo esempio: dell’ignominia fanno parte il Bach di Karajan di Klemperer, di Jochum, di Richter…

Vivaldi non è Bach, non è Scarlatti, sia Alessandro che Domenico, non è Händel, non è Caldara: ossia i sommi che insieme chiudono il Barocco musicale e aprono il Classico. Scimone per Vivaldi fece moltissimo, sia per quello di autentico valore (il venti per cento della sua produzione), sia per quello di serie B. Ma ebbe l’enorme coraggio di sottrarre Vivaldi (oltre che Albinoni e Marcello, e Corelli) alla mafia della “prassi esecutiva”. Onde le sue incisioni dei Concerti di Vivaldi sono fra le pochissime a possedere un valore musicale autentico e a dare giustizia al buono del compositore. Quelle che affiancherei loro appartengono pure a un mondo scomparso: sono dei Virtuosi di Roma, sono de I Musici, e sono quelle di un grande direttore dimenticato, che negli anni Sessanta e Settanta diede fra le più raffinate rivelazioni del Barocco italiano, Angelo Ephrikian.

Scimone, mio caro amico, sapeva bene di escludersi dalla “Cultura”: era troppo intelligente per non misurare le conseguenze delle sue scelte. Ma era un musicista di così alto sentire, forgiatosi con colossi come Mitropoulos e Ferrara, da non poter venire a patti con la sua coscienza. Ha lavorato guardando a una sua idea di musica, non sacrificando agl’idoli della multitudine e della tribù.

Era felice perché avrebbe dovuto dirigere a Verona lo Stabat Mater di Rossini, capolavoro che debbo anche a lui se oggi rispetto appieno di contro a mie ancor recenti diffidenze. E proprio nel nome di Rossini, ancor più che in quello del Barocco, Claudio Scimone verrà ricordato. Insieme col Guillaume Tell diretto da Lamberto Gardelli, le sue incisioni di alcune Opere tragiche del Cigno di Pesaro sono un modello stilistico, di eleganza musicale, di senso drammatico. Il Mosè in Egitto, l’Armida, ilMaometto II, l’Ermione: magari questi capolavori, e gli altri purtroppo da lui non toccati, venissero eseguiti come lo faceva lui, invece che come fanno quasi tutti.