Il Fatto Quotidiano, 28. VIII. 2018

Il terzo articolo dedicato ad Arrigo Boito nel centenario della morte tratta del Nerone, l’Opera alla quale egli lavorò per cinquant’anni lasciandola incompiuta. Nel 1901 ne pubblicò il poema drammatico, in cinque atti; ma il quinto non venne posto in musica. Ed è un bene: si tratta di una fantasia teatrale che si avvicina a una sorta di filmaccio dell’orrore, su versi che sono una involontaria parodia della poesia di D’Annunzio. Dei primi quattro Boito lasciò una partitura incompleta, che venne elaborata da Vincenzo Tommasini e Antonio Smareglia sotto la supervisione di Toscanini. Questi considerava il Nerone un inattingibile capolavoro, e la prima esecuzione, da lui capitanata nel 1924, fu uno degli eventi culturali dell’Italia all’alba del fascismo: è noto l’episodio che alla prova generale si rifiutò l’ingresso allo stesso Puccini. E nel 1928 un Maestro ben altrimenti provveduto quanto a cultura, Gino Marinuzzi, dovette inaugurare con esso il Teatro dell’Opera di Roma.

Il Nerone è qualcosa di strano, ardito e insieme convenzionale e deludente. Alla base c’è un immenso studio filologico e archeologico della Roma imperiale: ma proprio in ciò, a onta della profusione erudita (che pure mi sembra una parodia di quel che a D’Annunzio mirabilmente riesce), Boito cade. Nerone, matricida, è ossessionato dal rimorso; è, insieme, poeta e auriga, e si compiace dell’applauso. Cupi personaggi lo circondano, e fra questi Simon Mago, raffigurato giusta la leggenda cristiana, quando nella storia di lui si sa solo che fu il primo fra gli gnostici giunti a Roma. Boito immagina che il famoso incendio dell’Urbe, avvenuto sotto l’impero di Nerone, fosse appiccato da lui. Le parti dell’Opera dedicate al mondo torbido posseggono una forte drammaticità e un acre grottesco. Ma vi sono quelle dedicate ai cristiani; non solo la poesia, la musica, diatonica e “spirituale”, è piena di unzione e falsità storica e artistica.

Il coraggioso Autore del Mefistofele, il quale crede all’eternità della materia, diviene qui un apologeta delle favole devote alla stregua dei creatori di spazzatura letteraria come Fabiola, Quo vadis e Ben Hur. Attesa la cultura di Boito e le sue ricerche, questo può nascere solo da una mala fede che non riesco a spiegarmi. Egli non può non conoscere la storia dell’Impero di Edward Gibbon, apparsa fra il 1776 e il 1788, tuttora insuperata: il sommo scrittore confuta l’esistenza storica di Gesù e i racconti evangelici, e traccia un ritratto dell’Origine e primi progressi della religione cristiana (censurato nelle attuali edizioni americane del capolavoro) onde si evincono la confusione e la miseria culturale dei primordî del cristianesimo. Né all’esistenza di Cristo possiamo pensare abbia mai creduto la Chiesa: altrimenti non sarebbe riuscita a creare il suo possente edificio politico e culturale. Ogni qual volta nel suo seno sorgeva qualcuno che a Gesù e al Vangelo si richiamava, essa lo proclamava eretico ed eliminava; sovente col rogo. San Francesco fu un’enorme eccezione, giacché il genio politico di due sommi pontefici politici, Innocenzo III e Onorio III, comprese che conveniva inserire la possente spinta di rinnovamento spirituale all’interno della Chiesa e indirizzarla ai fini di lei: Onorio III fu anche il feroce promotore della crociata contro gli Albigesi e il fautore dell’Ordine domenicano. Intorno al rapporto fra il Cristo – sia o meno esistito – e la Chiesa, il racconto dell’Inquisitore fatto da Dostoevskij non è che il geniale apologo di una realtà storica. E torno all’incendio di Roma. Il mondo romano del secondo secolo aveva dei cristiani un’immagine incerta nei particolari, confondendoli con gli zeloti e i pauperisti ebraici: essi medesimi ancora non si bene distinguevano da quell’ambiente; e le varie sette si consideravano per lo più parte d’Israele. Lo stesso “apostolo delle genti”, Paolo di Tarso, mai si distacca dalla radice veterotestamentaria, e d’Israele si vuole membro. Ma aveva, il mondo romano, secondo ne tramanda il pensiero Tacito, immagine precisa quanto all’essenza. In un famoso passo degli Annales (XV, 44), egli definisce il cristianesimo exitiabilis superstitio, funesta superstizione; e aggiunge che Nerone, (ingiustamente) sospettato di aver comandato l’incendio, stornò i sospetti sui cristiani, invisi per la loro infamia. “Per primi vennero arrestati coloro che confessavano, indi, su denuncia di questi, un gran numero d’altri, e non tanto per il titolo del criminoso incendio, quanto perché s’era provato che professavano l’odio per il genere umano.” L’odio per il corpo, l’odio per la vita, l’odio per la gioia, l’odio per l’arte, l’odio per la cultura, l’odio per la filosofia, l’odio per coloro che non appartenevano alla loro religione, destinati al fuoco eterno: perciò odio humani generis convicti. Gibbon e Nietzsche partono da questo passo; Boito finge d’ignorarlo.

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