Il Fatto Quotidiano, 7. VIII. 2018

Nel 1863, a ventun anni, Arrigo Boito scrisse un’ode saffica contenente questi versi: “Forse già nacque chi sovra l’altare / Rizzerà l’arte, verecondo e puro/ Su quell’altar bruttato come un muro / Di lupanare.” Alludeva a Verdi? Wagneriano e fautore della “musica dell’avvenire” (espressione che faceva giustamente a Verdi salire il sangue alla testa), poteva avere a bersaglio il sommo Maestro. Certo questi la intese così. “Se anch’io fra gli altri ho sporcato l’altare, come dice Boito, egli lo netti, ed io sarò il primo a venire ad accendere un moccolo.” Verdi covava a lungo il rancore, e nel rancore aveva sempre ragione. Ma quando nel 1913 si celebrò il centenario della sua nascita, Boito, senatore del Regno e fra i dittatori della vita culturale italiana, avrebbe capitanato le onoranze. Sarebbe scomparso nel 1918.

   Dopo l’Aida (1871) pareva che il Maestro si fosse ritirato dalla composizione. Nella sua vita l’aveva dichiarato più volte. Non per godere l’acquisita ricchezza, ma per un complesso di fattori che vanno dall’autocritica al disprezzo per il mondo musicale e, più in genere, per l’umanità.  Gli era arriso più successo che riconoscimento della sua altezza creativa. Giulio Ricordi riuscì a portargli Boito, il quale rielaborò, con fondamentali aggiunte, il Libretto di Piave del Simon Boccanegra (1857). La seconda edizione andò in scena nel 1881. Non solo le nuove scene, ma l’opera di riscrittura delle parti esistenti, testimoniano della forza artistica del Maestro. Boito mostrò straordinarie intelligenza e diplomazia. Incominciò ad adattare la sua alla personalità di Verdi, a sollecitare la sua immaginativa, a vincere fastidio e disprezzo. Nacque persino un affetto di Verdi verso di lui. Tutti conoscono l’esito del legame. Il Maestro aveva da sempre un culto per Shakespeare; Arrigo riuscì a portarlo a scrivere l’Otello, sui propri versi, che mirabilmente condensano la Tragedia del Bardo; e, lavorando sulle Allegre comari di Windsor e altro, gli scrisse l’ancor più mirabile poema drammatico del Falstaff: il prodigio degli ottant’anni del compositore, un prodigio con pochi paragoni nella storia delle arti. Il suo stile prezioso, le sue invenzioni linguistiche e poetiche, la sua sintesi, fanno di lui uno dei genî della poesia per musica. Lo mostrano anche i testi per altri compositori, dalla Gioconda di Ponchielli all’Amleto di Franco Faccio a Ero e Leandro, da Ovidio e Marlowe, per Bottesini e, in seguito, Mancinelli: e l’Opera del sapiente maestro di Orvieto (1896) meriterebbe una ripresa in onore del centenario del suo poeta.

   L’opera faticosa e instancabile a pro di Verdi fu la causa che Boito mettesse da banda la propria attività di compositore. Ma prima che nascesse il rapporto aveva creato il Mefistofele: la prima versione è del 1868. Ma venne distrutta dall’Autore, persino nelle parti d’orchestra; si conosce solo la seconda, del 1875; ed è una perdita irreparabile. Dal poema drammatico, che si deve a lui stesso, si evincono un’originalità e una fedeltà a Goethe che pongono Arrigo all’altezza di Berlioz e Schumann. Della sua creazione musicale, che comprende il successivo – e problematicissimo – Nerone, parlerò nel prossimo articolo. Qui basti dire che il centenario di questo artista d’avanguardia pare quasi ignorato dalla cultura italiana, che fino agli anni Quaranta del Novecento lo aveva persino sopravvalutato.

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