Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Il fuoristrada procede veloce verso Avezzano. La strada è innevata. Al mio fianco il proprietario della vettura, che di continuo raccomanda all’autista Cosimo di non correre. Come lo capisco: licenziai quindici anni fa un infame autista che sulla Roma-Napoli non scendeva mai al di sotto dei centocinquanta. Costui fu in effetto un mio benefattore: da allora non ho più automobile e vivo in taxi.

   Il fuoristrada è di Natalino Irti, il più grande giurista italiano, emerito della Sapienza nonché gloria di Avezzano. Passiamo per il suo casolare fuor della città: la stalla e la mangiatoia originarie sono diventate stanze e la casa s’estende in lunghezza. Belle scale di pietra serena menano al primo piano. “Capisci, Paolino, presi a male parole l’architetto che me lo stava ricostruendo! Voleva togliere la pietra e fare la scala in marmo….”

 

   Natalino Irti è anche un amico della musica. Di notte ascolta le esecuzioni di Knappertsbusch, Karajan, Furtw”angler, Marinuzzi. Sempre meno lo si vede nelle sale da concerto e nei teatri: anche lui è avvilito per il basso livello della vitaScarica il file in formato PDF musicale, per le tante nullità che vengono esaltate. Un suo allievo, che ne è amico, lo invitò a cena col direttore Tony Pappano (ch’è Sir): e Irti, che pure nella vita ha visto tutto, rimase sorpreso per la sua ignoranza dopo che già ne aveva disistimato l’esecuzione della Messa da Requiem di Verdi. Parlava a chi l’intende, come i miei lettori (due e mezzo, venticinque essendo quelli di Manzoni) sanno.

   L’invito di Irti mi fa tornare nella terra dei fortissimi Marsi, i quali, dapprima nemici di Roma, poi suoi socii, furono i protagonisti della rivolta contro l’oppressione pre-imperiale. La sconfitta del duro popolo condusse a una integrazione onde i Marsi divennero per i secoli successivi il nerbo delle legioni che conquistarono il mondo. Avevo già fatto in treno il percorso che collega Roma e Avezzano, un tratturo originariamente scavato ripercorrendo la via che gli asini selvatici facevano per scendere a valle: paesaggi or scabri or dolcissimi di quella umìle Italia che, come tutta l’Italia, è il tesoro del mondo. Da Roma in automobile ci s’impiega poco più d’un’ora e solo il fascino della conversazione di Irti compensa la perdita paesaggistica rispetto alla ferrovia.

   Siamo alla volta di Avezzano per un concerto nel teatro dei Marsi. Due musicisti di fama internazionale e di valore planetario vi si esibiscono. Il pianista Nazzareno Carusi, tanto un virtuoso eccezionale quanto un profondo musicista, è di Celano, la patria del poeta latino Tomaso autore di quel Dies irae che fa parte della liturgia dei Defunti: ad Avezzano fece il liceo classico e dedica il concerto alla memoria del suo insegnante di latino, Vittoriano Esposito: è appena rientrato da Miami per uno dei suoi tanti concerti americani. Il violinista Domenico Nordio, nativo di Chioggia, è oggi una delle stelle del suo strumento e io lo paragono, per la forza e bellezza del suono, non a Yehudi Menuhin ma a Jascha Heifetz.

   I miei due amici del cuore eseguono un programma addirittura sfibrante: sfibrante se interpretato con l’intensità espressiva e la perfezione tecnica manifestate. La Sonata di Beethoven detta la Primavera; la Sonata in Sol maggiore di Brahms, di densità musicale ancor più che tecnica sì che da sola basterebbe a fare un concerto. E poi la lunga, maestosa Sonata in Fa maggiore di Prokofiev, incominciata nel 1938 ed eseguita la prima volta da David Oistrach (che la ripetette ai funerali del Maestro) e Lev Oborin. Ecco, di fronte a un simile monumento io mi domando come – sempre io – abbia potuto esser così cretino da ironizzare in altri anni su questo compositore. L’austera Passacaglia iniziale, piena di dolore e di superamento del dolore attraverso la contemplazione e la Forma, è una delle cose più alte del Novecento: il suo ethos ne fa una pagina addirittura virgiliana.